c'era una volta in Carfizzi

<< Chiedo venia per la presunzione! Forse dopo il paragrafo:
“ non mi piace che l’informazione che passa sia unicamente quella che racconta solo quello che resta, anche perchè per comprendere ciò che resta bisogna conoscere quello che c’era, raccontarlo, parlarne..”

Andava aggiunto in corsivo “C’era educazione, rispetto, modestia e pudicizia; c’era armonia, fraternità, disponibilità e cooperazione; c’era la pace, pur in tempo di guerra!”
(da ‘C’era una volta in Carfizzi’ di zio Enzo Rizzuto)>>.

questo voleva essere il commento lasciato da mio zio Enzo Rizzuto, al mio post di un paese che scompare.
questa è diventata l’occasione, ora, per aggiungere alle mie parole su quel che poteva esserci del paese, le sue di quel che veramente c’era. e io vorrei cogliere l’occasione per far leggere a tutti il paese che era, le sue case e le sue persone, le sue parole e le sue pietre, i mestieri, povertà e racconti, silenzi e profumi.
perchè questo fan le parole: raccontano, incantano, accendono mondi.


C’era una volta in Carfizzi, di Enzo Rizzuto

C’era una bella chiesa a tre navate, col suo classico campanile, intorno alla quale, in tre direttrici, orbitavano tutte imbiancate a calce, piccole casette prospicienti strette viuzze, tal che a vedersi era spontaneo comparare il tutto ad un lillipuziano paese da fiaba.

C’era, gradito all'orecchio, l’aritmico zoccolio, che all'alba ed al tramonto d’ogni dì, facean le lunghe fila d’asini nel calcar gli sdrucciolevoli acciottolati della “Cona” della “Vascialia” e del “Palacco”.

C’era il mietitore, inguainato in un largo, lungo e bianco camisaccio di tela di lino, dalle dita incannulate, con in testa, a far da cappello, un variopinto fazzoletto con i quattro angoli annodati, che grondante sudore ed allegro ad un tempo, jermitava con l’arcuata falce le turgide e nere spighe di grano duro, pago di questa magra e spesso unica ricompensa per un intero anno di dura fatica.

C’era il calzolaio (non il ciabattino) esperto nel fabbricar artigianalmente scarponi chiodati, ad operar seduto ad un lato del quadrato bischetto, sempre attorniato da un nugolo di apprendisti; chi intento ad incerar spago, chi a raddrizzar chiodini, chi a batter suola, chi ad affilar trincetti e chi, d’estate con un ventaglio intento ad arear il “Mastro” e da lui tener lontano le noiose mosche, badando però a non prendersi nello stomaco le gomitate o i pugni del “Mastro” stesso nell'atto in cui, cucendo, a due mani lo spago tira.

C’era l’incomprensibile vociar degli avvinazzati, proveniente dalla cantina dove, pur essendo “vietato l’incrocco”, hanno egualmente giocato al padrone e sotto, a volte sganasciandosi in risate, a volte provocando qualche rissa, spesso sedata da malcapitati pacieri.

C’era penuria di vino, lusso per pochi, desiderio per molti, per cui, gradita ed attesa occasione d’incontro tra amici e compari, era l’inveterata usanza d’approntare, in ogni famiglia, nel dì dell’uccisione del domestico maiale, un’agape agreste, destinata a finire con la generale sbronza dei conviviali, l’unica in grado d’appagar la loro antica arsura, e da loro tener temporaneamente lontane le tristezze del ieri  e del domani.

C’era penuria di acqua potabile, reperibile in poche sorgenti, site nei boschi che fan da verde corona all'abitato urbano; E malinconico a vedersi C’era al pomeriggio il frettoloso rientro delle massaie provenienti dalle fonti con i barili di legno legati a corda, proprio là dove la schiena cambia nome, che sudate e mute, s’adoperano a raggiunger casa al più presto, per approntare il desinare al marito ed ai figli, lì lì per rientrare dai campi.

C’era, quasi mitica parca la nonnina che con la conocchia  sotto l’ascella, filava il lino che in autunno, avea cardato ed impupato, dopo che il marito o il figlio col rustico mangano, sgusciandolo dall'originario legnoso involucro, trasformato l’avea in tessil fibra.

C’era la donzelletta seduta fuori dall'uscio di casa, d’estate intenta ad intrecciar canestri di paglia; e ad arabescarli d’amaranto e verde scarabeo per intonarli con le coperte di lino e lana che, d’inverno, avea tessuto sul telaio antico, all'antica maniera delle avole a lei tramandata, sperando di perpetuare gelose tradizioni.

C’era , alla vigilia di ogni matrimonio il tradizional ballo dell’addio  al nubilato, organizzato in casa della futura sposa; rara occasione d’incontro per altri platonici amanti, costretti a vedersi sol da lontano, ed a colloquiar con gesti da mimico linguaggio, diverso per ogni coppia perché non appreso su formulari o testi didattici per sordomuti, ma da essi soli inventato a guisa di segreto cifrario.

C’era il bimbo, che correndo scalzo, inseguiva un vecchio, arrugginito e rumoroso cerchio di bicicletta o che si soffermava a giocar con i coetanei alle trottole di legno; ai bottoni; a battimuro od allo squiglio.

C’era il giovinetto che giocava in piazza con gli amici, calciando una palla di stracci o un rattoppato pallone di rugoso cuoio, nuovamente rompendo il già lesionato vetro di una tarlata finestrucola, provocando così l’isterica reazione della massaia, le cui stridule gridate richiamavan all'assemblaggio gli astanti, a curiosar votati come divario alla noiosa inerzia, provocata dal non succedere mai nulla di nuovo.

C’era, al pomeriggio, sul ballatoio antistante l’Ufficio Postale, un raggruppamento di persone intento a ricommentare i soliti avvenimenti ed a spettegolar di tutto, nell’attesa che, senza fretta alcuna il procaccia arrivasse dal bivio , con i sacchi della posta infilati nelle capaci tasche della bisaccia, inarcata sul basto di una placida asinella.

C’era per rompere il solito tran-tran di tanto in tanto, applaudito dall'intera incantata popolazione, l’esibizione in piazza di una zingaresca Compagnia di prosa, che facea immancabilmente gli spettatori traslare dalle lacrime provocate da lagnosi drammoni romantici alle lacrime da risate, dalla comicità delle farse finali suscitate.

C’era la lucerna ad olio col suo sfrigolante stoppino ; il lume a petrolio e la lampada ad acetilene con i loro maleodoranti effluvi.

C’era un mulino dalle mole di pietra azionato a vapore ed un frantoio oleario a torchio.

C’era una sola automobile, due motociclette, tre biciclette.

C’era , prelibato per rusticani palati, il liquore marca Gemma, il Triplesec ed il famosissimo ricercato Doppio Kkuummeell.

C’era educazione, rispetto, modestia e pudicizia.

C’era armonia, fraternità, disponibilità, cooperazione.

C’era la discarica delle immondizie dislocata quasi in piazza; la malaria, la tubercolosi ed anche la fame.

C’era la pace, pur in tempo di guerra !
Per chi ha vissuto quello, ad un tempo aureo e plumbeo periodo, ora c’è solo un po’ di nostalgia; fra non molto ci sarà  l’oblio.



questo è un omaggio a una persona che ha conosciuto profondamente Carfizzi; che l’ha vissuto, visto cambiare, saputo raccontare, ai grandi e ai piccoli, anche oggi, che sembra siano passati secoli dalle sue parole.
una persona che da sempre, per me, è stato ‘il racconto’, di tutte le cose di cui ho ricordo, dalle favole alla storia, dalla matematica alla filosofia, agli indovinelli, alle parole, alla loro magia, ai loro mondi, ai loro perchè.


Carfizzi
P.za Tassone ex P.za Marconi
Carfizzi
P.za Tassone ex P.za Marconi vista dalla Croce

parla di un altro tempo, certamente, e lo fa con un altro tempo. ma la magia è in quell’attimo in cui quel tempo ritorna, la magia è crederci ancora; è, per me, sentirmi sempre la bambina che corre nella corte, si perde nei quadri, li numera, prende nota dei colori e delle cornici, si attacca ai titoli dei libri nello studio, tempera le matite per poi rimetterle nel portapenne sopra la scrivania.
il tempo è in quel temperare, tirare a nuovo lo strumento della scrittura, per eludere i giorni, gli anni e sfuggirne, nel racconto.


foto_f e r d i n a n d o s c i a n n a


foto_f e r d i n a n d o s c i a n n a



le foto di Carfizzi in alto sono tratte dal sito mondoarberesco di Enrico Ferraro

ora solare

dell'indugiare:

la soglia del mio essere,
la soglia su cui esitano grandi passeri.
sono uccelli colmi d’abisso
quali stanno nei sogni.
se scandaglio e ripenso, dubito
ed è cataclisma sull’anima
la soglia su cui sta

poesie_fernando pessoa


per i lettori soliti: a parte l’introduzione, si avvertono che si tratta di un post poco impegnato, forse un pò sciocco, forse un pò futile. ma oggi è domenica ed è cambiato l’orario, fuori è buio dalle cinque e piove, fa freddo, e in questa casa non c’è un camino.
questa è una dilemmadomenica.
(dilemma: da etimo 'sorta di argomentazione cornuta' e se cornuta  vuol dire una qualche cosa, il rimando immediato è comunque in percentuale corretto).
il dilemma di oggi è sulla scia del ‘solito ultimo’: pacchi con un cambio di stagione da fare, sapendolo un lavoro quasi inutile dato che le valigie aperte mi aspettano tra meno di un mese; le scatole; la casa nelle scatole. e di domenica le scatole, i dilemmi, le noie, le lamentele, le bestemmie, il bubare vari, giocano facile.

in questa casa temporanea, che ci ospita ormai da tre mesi, non c’è un camino. 
com’è una casa del sud senza un camino? ..una stufa o, per dire, un accentratore di attenzioni, di corpi, di grovigli, di costrizioni, di pensieri?
il camino: come si fa senza? 
DILEMMA!

e la riflessione nasce oggi, dato che da ieri si gela, ma solo oggi è domenica. e in molti sanno che le intolleranze di routine settimanali la domenica si accentuano ed aumentano di numero, perchè la domenica è un giorno complicato. 

chiaramente questo post serve solo alla sottoscritta come sfogo,  a qualcun’altro servirà invece per ricordarsi dei discorsi futili e irresistibili sulla domenica con cui hanno riempito pomeriggi interi dietro a un caffè o a un bicchiere di vino.


tea party
foto_r o d n e y s m i t h

ore 18,00 e fuori è buio.
prepararsi agli eventi e alla vita oggi è un problema altrui.

tea party
foto_r o d n e y s m i t h

la riflessione cui questo post vorrebbe invitare tuttavia è sul cambio dell’ora della scorsa notte, l’unica notte dell’anno in cui realmente ci è concesso di rubare un’ora a quel ‘signore distratto’ che è il tempo.
solo questa notte.

e io vorrei solo un camino, un angolo caldo in cui indugiare meglio, non per indecisione ma per troppa lucidità.
mi viene in mente un mio amico che mi ripeteva sempre questo: ‘sono troppo lucido, e questo è un problema’. sorrido. sembra siano passati secoli dall’ultima volta che gliel'ho sentito dire.


finchè non mi sveglio rendendomi conto che sono sciocchezze. 
fuori il vento gelido ha spazzato via quella leggera e a tratti facile speranza che le giornate di sole portano con sè, al di là che poi fuori o dentro ci sia una qualche guerra.


ma torniamo a quell'ora in più: cos'è che ci fate voi? che ci avete fatto? o cos'è che ci farete?


incontrarsi nel punto e a capo

la grammatica
lo stadio di coscienza
che porta al bello_pensiero profondo n°10

l’eleganza del riccio_muriel barbery

in tre righe l’haiku del tempo segreto delle parole, la sua architettura: la grammatica, un esercizio necessario che porta a conoscere e saper leggere la bellezza della scrittura.

io sono sempre stata una pessima narratrice, e questa cosa non mi è mai piaciuta. da pessima narratrice, però, ho imparato in maniera oltremodo naturale a portarmi dietro la voce che più mi ha trasmesso l'incanto della lettura: la mia insegnante di italiano delle elementari. la prima volta che le ho sentito leggere in classe Alice nel paese delle meraviglie, la sua voce e il suo modo si sono insinuati dolcemente nella mia mente. da allora, tutte le cose che ho letto hanno avuto la sua voce, tutte le cose che ho scritto le ho immaginate lette da lei, per vedere se la cosa potesse funzionare; a parte le fiabe, che hanno da sempre la voce dei miei nonni e di mia madre.

è questo che mi sforzo di immaginare quando le persone mi raccontano la mia scrittura: chissà come suonano le mie parole con le voci altrui, chissà se leggendole le vedono tutte quelle virgole, se si fermano e mi incontrano nel punto e a capo.

e questa è una delle sorprese più grandi, il momento in cui qualcuno ti dice: “sai Ursula, ti leggevo ieri e...“ 
anche solo l’espressione ‘ti leggevo’ penso sia meravigliosa, così intima, così delicata, così dolcemente entrante.

bruno mallart

così, la scrittura cambia forma.

quando arriva il momento, io la sento fluida, sempre, scorrere come un fiume; piena di parole che all’improvviso mi s’infilano sotto la lingua. non so nemmeno io come ci finiscono, a volte penso di trovarle dietro un angolo, l’angolo di qualcosa che vedo: stanno, nella profondità mutevole di un’immagine, tra le increspature di una melodia, tra i rivoli immaginari di un profumo.

la scrittura si nutre di bellezza e anche questa cambia forma. 
come un guanto, indossa ciò che la circonda: le forme, gli odori, il tempo che ogni luogo contiene in sé, profondamente; il tempo che esso schiude e regala percorrendolo.
e in mezzo stiamo noi, una bussola a parte, che punta un nord variabile, che sempre un pò si appoggia sulla gobba della luna e che quando questa non c’è la rincorre dentro lo stomaco.

le parole col tempo sono diventate una compagnia preziosa. scrivendole, sono loro che mi guardano, che mi leggono, perchè scrivere è spesso scriversi, o almeno lo è per me.
conoscerle significa dare loro il tempo che necessitano, con una virgola, un punto in più, quel punto e a capo a un certo punto, necessario.



col tempo, con l’esercizio della costruzione dei pensieri, ho sempre inseguito un obbiettivo: costruire la pausa, il momento in cui il tempo sfugge e il mondo è distante, la stanza nascosta tra le trame delle parole, in cui oltre a loro all’improvviso c’è un battito che si ferma e accelera, un silenzio a gran voce, una pausa di eternità. quello è il momento, per me, più prezioso dello scrivere.

e la mia scrittura negli ultimi mesi è cambiata, come se si fosse chiarificata, liberata dalle zavorre matassate della città.
è il paese, lo so, è anche facile in questo caso.

ingenuamente ho sempre suddiviso le cose che ho scritto tra Firenze, casa a Carfizzi e quelle famose ‘note in viaggio’ che poi sono ovunque.
bene, Firenze è un meraviglioso caos, lo so. ormai ho imparato che le parole lì fanno un pò di confusione o diventano più intricate, si nascondono, giocano tra di loro, allungano la storia.
non mi dispiace, ma il loro muro è visibile, forse per proteggersi, per invitare le persone a sbatterci la testa.
ma anche quando la scrittura sembra egoista, in realtà aiuta, chiarisce, ridistribuisce le forze, le energie, i pesi. è salvifica oltremodo.

quindi è il luogo, di certo, che trova le parole, e sognarne di nuovi, a volte, fa capire che l’incontro è anche tra loro, per primo tra loro, in questo miracolo-universo che è la comunicazione.

qui mi sembra ci sia solo più terra su cui poggiare i pensieri, solo più orizzonte dove vederli fluire e correre, mongolfiere colorate di un sentire, di uno stare, di un non dire, di un volere, di un sognare.



luna rosso corbezzolo

‘corbezzoolii!!..sarebbe bello adornarci l’albero di natale’
‘...oooohhhh ma prima si faceva..eeehhh, prima si facevano cose!!!..daiii, ma non te lo ricordi??’

no, accidenti!, non me lo ricordo.

il bosco è diventato per me, negli ultimi anni, il luogo in cui imparo e appunto le cose che non conosco, che non ho visto, che non ricordo; per l’età, per gli anni, per il tempo non vissuto; il tempo delle cose che sono mutate, in cui si sono intrufolate cose nuove, modi nuovi.
ho imparato anche che il bosco ha mille nomi, ogni parte del bosco cioè ha un nome.
e loro ne parlano come le stanze di una casa antica in cui ci hanno giocato per anni, così che io mi perdo, tutte le volte.

ma è bello quel perdersi, assomiglia a un gioco, assomiglia ai bambini.
l’unico modo, ad oggi, di sentirsi così, nel giusto posto al mondo, alla giusta altezza, è un luogo dove un silenzio più grande s’impone al tuo, dialoga col tuo.
che sia fatto di sabbia e pietre, basso, a toccare il mare; che sia alto come i monti che io non conosco o che s’infili nel sottobosco umido pieno di ciclamini, acceso dal rosso dei corbezzoli, profondo fino a diventare buio intricato, che a fatica i raggi di sole riescono a infilarcisi.

non cambierei con niente la sensazione di libertà che mi regalano questi luoghi.
non cambierei con nient’altro la sensazione di sorpresa del mondo che mi regala la vista di un ciclamino o la gioia di raccogliere i corbezzoli dal ramo, il rumore di una ghianda che cade per terra, il verde dei ricci delle castagne, la sensazione del terreno bagnato che diventa soffice al passaggio, l’attimo in cui intravedo un fungo sotto le foglie: il premio più prezioso.

avete mai disegnato una castagna? vi stupireste di quanti marroni contenga una castagna..forse è per questo che le chiamano anche così.

quanto pesa lasciare questi luoghi.
quanto è grande, in certi istanti, il sacrificio di dover partire e desiderare queste passeggiate mentre sono da un’altra parte.
non è male da un’altra parte, no, ma non è qui.
ci sono altri boschi da vedere e altre foglie da osservare, ci sono altri colori da imparare, ma non sono questi.
e questo mi basta certi giorni, certe sere folli, in cui la ragione si perde per le strade tortuose e intricate dell’appartenenza.

ma certe sere sono strane ed egoiste, potenti ed arroganti, graffiano come questi rovi, come un inganno, come un ricatto, come un malessere.
certe sere come questa di luna piena, luna delle foglie cadenti, luna rossa, come i corbezzoli, luna della stagione che cambia, luna dell’anima.


corbezzoli_località asturo_carfizzi
corbezzoli_località asturo_carfizzi
luna piena_9 ottobre 2014

foto_u r s u l a b a s t a

la sensazione che più amo e che mi resta poi impigliata nei pensieri, nei disegni della sera, è l’abbandono di un qualche perseguire qualcosa, le parole, le controversie, una qualche definizione delle cose, una qualche perfezione.
pensare 'al diavolo, lasciatemi qui, dove posso essere poca cosa, ma ricca, piena, lasciate che anch’io mi prepari a un letargo'.

 Lasciatemi così
 come una
 cosa
 posata
 in un
 angolo
 e dimenticata

Ungaretti parlava del focolare, e questo non lo è forse?
se non fosse per l’animo raccolto che mira una natura viva, fertile, che ha occhi, che ha orecchi.


ogni tanto un riccio di castagno si tuffa su un mantello di foglie, umide come i miei occhi.




la lingua da salvare

Prima domenica di ottobre, infilata tra le pietre, incastrata tra i ricordi di vicoli e di qualche desiderio antico saltato fuori da un angolo di calcinacci, dalla luce di un lampione.
Prima dell'ennesima partenza nasce sempre il bisogno di recuperare qualche frammento che temo sia ancora smarrito tra i luoghi della mia adolescenza, quelli del beltempo di ciascuno, in cui ogni cosa appartiene a un mondo intimo e delicato, in cui l'universo intero poteva essere un'amicizia solida o il racconto di una fantasia.


Sul beltempo, sui ricordi, sull'identità, sulla lingua, nel bagaglio del ritorno c’è finito, su consiglio, ‘La lingua salvata’, il primo libro della trilogia autobiografica di Elias Canetti.



"Se esiste una sostanza intellettuale che si riceve nei primi anni, alla quale ci si riporta poi sempre e dalla quale non ci si libera mai più, per me quella sostanza è lì. Io ero permeato di una fiducia cieca nella mamma, i personaggi di cui lei mi parlava e su cui mi interrogava sono a tal segno diventati parte integrante del mio mondo che non riesco più a scinderli gli uni dagli altriTutti gli influssi che ho subìto successivamente sono in grado di rintracciarli uno per uno. Questi, invece, formano un’entità unica che ha una sua densità e un suo spessore indivisibili. Da allora, da quando avevo dieci anni, è per me una sorta di articolo di fede credere che sono fatto di molte persone, della cui presenza in me non mi rendo assolutamente conto. Credo che siano loro a decidere ciò che mi attira o mi respinge negli uomini e nelle donne che mi capita di incontrare. Sono stati il pane e il sale della mia prima età. Sono la vera vita segreta del mio spirito.”

Questa sostanza, che posso vedere, toccare, sentire, annusare tra questi vicoli, sporgendomi dal muricciolo alla fine della strada di casa, passeggiando per i boschi, è fatta di parole, è fatta di fiabe e di racconti, è fatta di silenzi, dello spazio misurato della soglia del focolare, del percorso che unisce le case alle vigne, della lentezza necessaria del rito, dell’odore dello zolfo, del tempo delle stagioni, dello sfrigolio dell’olio dei paralumi. 
É fatta di colori: il nero del lutto, il rosso del fuoco, il giallo della paglia nelle stalle, il verde intenso e impenetrabile dei boschi tutt’intorno. Questa sostanza è fatta della mia lingua, che, riprendendo Canetti, è una lingua ancora da salvare, ancora da cercare, da ascoltare, da capire, da indagare, da vivere, da immergere in un quotidiano mutato che non è più quello del beltempo.


foto_r o d n e y s m i t h

Io scrivo in italiano perchè non saprei farlo in arbëresh. La sua ricchezza è vitale per la mia espressività, ma il limare continuo della scrittura mi sembra a tratti legato alla necessità di un'essenzialità che l'arbëresh ha già in sè e che è già poesia, a suo modo. Ha una cosa che non trovo in italiano: la misura, del limite e dei confini tra le cose, delle distanze. 
Questa lingua traduce una sorta di sintesi del pensiero, in cui alle parole è associato nell’immediato un valore che rimanda ad altro.
Così fjala non è solo la parola, ma ha un peso e una fermezza più solida; mirë non è solo bene, ma è anche l’amore, a questo punto raccontato, dichiarato.

Sostanza dei pensieri, come ciò che sta sotto, nel profondo, come identità; non quel gusto un po’ fuori moda di restare legati alle radici ma quelle radici per cui noi cerchiamo un determinato tipo di persone, un determinato modo di essere e di vivere, rimanendo fedeli a quell’idea di persona, a quell’idea di vita.

Questo è della lingua nel ritorno, il suo bagaglio infinito; e nel ritorno sempre ho l'impressione di sentire ancora sorridere i miei nonni, zia Agata nella sua poltrona, e i loro sguardi oltre la saggezza, oltre l’onniscienza, oltre il tempo, oltre me stessa, oltre ogni tipo di affetto.

di un paese che scompare

Fondamento della responsabilità è la memoria. Senza memoria nessun legame può avere stabilità ed essere vincolante nelle scelte, e quindi non ci può essere responsabilità, nè nei confronti degli altri, nè nei confronti di se stessi_Dietrich Bonhoeffer


Il racconto è per la memoria. Le parole in qualche modo continuano la vita delle cose, narrandole, regalando loro del tempo in più.

Questo post nasce in realtà come riflessione legata al precedente carfizzi oltremare, perchè passeggiando distrattamente per il paese, un pomeriggio, mi sono resa conto di essermi quasi dimenticata di posti meravigliosi, che per anni non ho più visto, che ho lasciato nel ricordo dell’adolescenza, che pensavo di aver sognato e che ora saltellano nel ricordo con immagini frettolose, colorate, infinite, distanti nel tempo, di una bellezza intatta.

Il mio paese non sta solo cambiando, Carfizzi sta scomparendo.
Non parlo delle persone chiaramente, nè di quelle che non ci sono più e nè di quelle che non riconosco più. Parlo dei luoghi. Parlo delle case, delle strade, degli scorci.
Parlo di un paese che piano piano si frantuma, il paese migliore, il paese più bello.
E questo narra del tempo, del tempo che c'è nel modo in cui ci si confronta con il luogo cui si appartiene nel profondo, perchè semplicemente ci si è nati.
Parla della paura che le verità che i luoghi portano con sè vengano spazzate via dall’ultima pioggia, dal vento, per noncuranza, per ignoranza, per negligenza, per disinformazione.


Sono scomparsi i colori e questo racconta già una storia differente all’occhio che osserva.

Carfizzi è un paese che ha bisogno di essere percorso nel cuore più antico per essere compreso, per essere 'visto', per immaginarsi una storia diversa da quella di oggi, sia da quella che si può vedere e sia da quella che qualcuno vorrebbe raccontare.
Non è un paese di ruderi, ma lo sta diventando con una velocità disarmante.

Ma la questione più preoccupante e più distruttiva è che si interviene cancellando il linguaggio che i luoghi hanno da sempre, da quando sono stati costruiti, da quando sono stati immaginati in un disegno comune, da una volontà comune.
E i luoghi che stanno crollando, che stanno per mutare per sempre, devastandone la lettura, sono gli unici del paese in cui si leggeva un’idea, un disegno, in cui si riconosceva una tipologia, un linguaggio comune.

Le persone assomigliano ai luoghi propri: questo è un pensiero che mi accompagna da sempre, e un paese che viene distrutto è il paese di gente che non ha memoria.


Sono arrabbiata, delusa.
Sono stufa delle critiche facili e dai commenti totalizzanti che servono solo a disperdere responsabilità. Ho passato gli ultimi sei mesi a Carfizzi, e non mi succedeva da tredici anni, ossia da quando sono partita. E tornare nel proprio paese, dopo la partenza, con la maturità, regala il dono di poterne parlare in un modo nuovo, col distacco necessario e a tratti salvifico.

Il mio blog ha sempre parlato di altro, ma l’altro nasce anche da questo, soprattutto da questo. E’ un modo per parlarne di una questione, farla conoscere, creare una discussione, cercare spunti. E mi piacerebbe che si potesse trovare un posto per parlare di alcune questioni, un posto giusto, che non sia il bar di turno o il bar di parte, che non sia tra pochi, che sia sincero, che faccia attenzione alle parole, che sia rispettoso, che conservi una dignità.

Non mi piace che l'informazione che passa sia unicamente quella che racconta solo quello che resta, anche perchè per comprendere ciò che resta bisogna conoscere quello che c’era, raccontarlo, parlarne.
E bisogna comprendere che il declino e la decadenza di un luogo cominciano quando gli si fa raccontare qualcosa in un linguaggio che non è il suo.
E’ una questione culturale, come tutto lo è, alla fine.




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