la partenza nel ritorno

un post differente questo di oggi.

un post per dire che il mio piccolo grande libro, il mio racconto, è uscito qualche giorno fa.

parlarne qui, in questo blog, dove tutto si è formato e sembra aver preso coscienza e forma, mi è sembrato facile, naturale.

questo, che è diventato un luogo per me, un punto di incontro soprattutto, è l'unico luogo che non si è spostato in questi anni.
l'unico luogo dove tutto si mescola per dare forma distinta alle cose, ai pensieri, per le parole.

mi sembrava quindi opportuno dire qui che questo libro nasce grazie alle persone che ho incontrato nel mio percorso, per cui certi pensieri hanno preso forma in un certo modo.

nasce grazie alle persone con cui ho condiviso i miei ultimi mesi a Carfizzi prima di partire per l'Inghilterra, che ho conosciuto in modi nuovi, con nuove cose.

in questo blog ci sono molti post che parlano del mio paese, è vero, e in ciascuno vi è qualcosa di unico, ma in ognuno vi è la fortuna della condivisione, della comunicazione, dell'ironia, vi è la fortuna delle persone.

Carfizzi scompare è vero, ma sarebbe un peccato che scomparisse senza la coscienza, senza la consapevolezza dell'enorme patrimonio umano, culturale che c'è, e che è lì, custodito da persone che ancora fanno tanto per il luogo, per i bambini, per tutti. 
persone che nella maggior parte dei casi stanno dietro le quinte.
questo libro è per loro perché non sarebbe lo stesso senza il loro aiuto prezioso, senza la loro presenza.
e non serve che faccia nomi, per noi non è mai stato essenziale.

quindi grazie.

un grazie del tutto speciale a Emilio Maio per le immagini, per la copertina.
grazie a lui tutto è stato all'improvviso più vicino, tutto ha acquisito un senso rotondo.

è stata, la nostra, una comunicazione naturale, silenziosa e delicata.
in questo progetto c'è anche questo dialogo, per chi sa leggerlo e scoprirlo.

La partenza nel ritorno è online, per ora dispinibile come ebook, ma presto anche in versione cartacea.








Lisbona, l'ora di andarsene




 al sole,
i gabbiani assillanti.

l’ora di andarsene

Lisbona, 14 ottobre 2015





Lisbona, Praça do Comércio









assolo d'autore

la prima volta che ho sentito la chitarra di David Gilmour avevo 6 anni, "che ho sentito" nel senso "che ne ho ricordo".

é fatto certo infatti che ascolto Gilmour da quando ero nella pancia di mia madre, cosa che mi ha sempre fatto sentire fortunata, venire al mondo già coccolata per mesi dalla musica giusta.
ma questa é un'altra storia.


a sei anni la coscienza di ciò che si sta vivendo é ancora avvolta in un'aria diafana che tuttavia fa cogliere le cose con il cuore pulito, aperto e soprattutto libero.
e di questo se ne ha piena comprensione più tardi.

stasera a 32 anni ho visto cantare David Gilmour dal vivo, al Royal Albert Hall, una location d'eccezione che forse é stata quella più giusta, o almeno ora l'ho trovata molto giusta.

niente é stato differente da ciò che mi aspettavo, anche queste sono cose catalogabili come fortune.
é sempre quell'uomo e la sua chitarra, una distinta solitudine che poi é nell'assolo per cui si é fatto amare, per cui é rimasto sempre lo stesso.

e le fortune sono a volte trovare cose che mai sono cambiate, anche se il tempo é passato, anche se l'atmosfera grave dei concerti dei Pink Floyd che ricordo non c'é più. 
e mi é mancata, mi é mancato quel qualcosa per cui si sente a volte nostalgia.
non ci sono stati i bassi pesanti che arrivano nello stomaco, ma stasera ciò che vibrava era dalla vita in giù.
non poteva esserci Pulse, non poteva esserci il dolce controcanto di Wright.
ma c'é stato un suono più pulito e chiaro e una voce limpida che si staglia nelle orecchie con l'amore infinito di un ricordo che ci ha reso felice.


Pink Floyd, High Hopes


uno dei più grandi regali che io mi sia fatta é quello di stasera, é nell'essermi regalata anni di ricordi felici. la prima estate in cui ho visto il live a Venezia del 1989 e il ricordo preciso dell'istante in cui mi sono detta: io sempre ascoltero' suonare questi tizi, dopo the Great gig in the sky.
di quei tizi stasera ce n'era solo uno, ma resta la chitarra come una lama sottile di piacere e una voce che ascolto come si ascolta una certezza profonda.

stasera c'é stata la distanza giusta da cui vivere quell'assolo lasciandosene travolgere con il peso che si sceglie.
una particolare sensazione di liberta'.
e per questo Comfortably Numb é stata una chiusura perfetta.

fuori dalla ressa, almeno quella della carne.

non c'é voglia della ressa della carne se ci sono certe chitarre a suonare.

siamo invecchiati entrambi, insieme, anche queste son fortune.

e non vorrei neanche addormentarmi stasera, ma é particolarmente bello farlo, stasera.







torno a sud

cammino 
un sabato mattina che per pigrizia del mondo assomiglia a una domenica.
non schivo neanche i rami, carichi di fiori e di foglie.
sabato di giugno, sole e brezza leggera. 
magari, penso, dietro quel campanile c'è il mare.

e lo vedo, alla fine di Bridge street, il mare. riesco a vederlo benissimo e riesco a sentire il rumore dell’acqua.
vedo un caffè in piedi a un bancone di legno, scalza, con il fastidio familiare della sabbia tra le dita dei piedi.


all'improvviso sono ferma in quell'istante per cui delle cose che mancano a un certo punto si fa quella istantanea e allo stesso tempo infinita malattia, che si attacca alle catene del collo col dolore eterno di una madonna.

quella malattia si chiama sud
come una febbre che con coscienza si immischia nella testa con una sensazione fatalista, di destino ineffabile.

non ha durata, solo un malessere intimo e pungente che scava lo stomaco.

il sud, la finestra aperta verso il mare in lontananza e le cicale, la finestra avuta da sempre, come un diritto naturale che viene dall'appartenenza a un luogo.



ferdinando scianna_la finestra sul mare

Caeiro scrive: io ho la dimensione di ciò che vedo e non la dimensione della mia altezza.

mancato quel diritto oggi mi trovo senza quella dimensione, sdraiata come le ombre lunghe di questi luoghi, un pò più lontana dal cielo.

oggi il sud, il 
“bussare alle persiane di visioni” (camera a sud_v i n i c i o c a p o s s e l a), bussa come un miraggio.
sento come fiondarmi sul collo quella pena dell’anima cieca e sorda che si ciba dell’afa e dell’ora pesante al primo pomeriggio di agosto.
mi brucia la schiena e mi brucia la faccia. 
ho una goccia di sudore salata tra il naso e le labbra.
sono scalza, lino bianco sulle gambe, fresco, 
rialzato sulle cosce calde come il lastricato sotto il sole.

questa giornata finisce ora, con la febbre nell'intimità che pulsa come un desiderio irrefrenabile.
abbandonata, come la battigia sotto l’onda.
come l'aurora, pigra e languida come un risveglio senza fine, e come il seno nudo sdraiato sul letto alla sera.


ritrovare,
la mente, 
per caso
le cose

respirare un silenzio

e alla sera
ricordarsi della vita che è stata
all'ombra dell'oleandro che manca

S a m T o f t_Letting go again

polaroid in giardino

bruscamente la sera si è schiarita
perché già cade la pioggia minuziosa.

cade o è caduta. la pioggia è una cosa

che senza dubbio succede nel passato.

chi la sente cadere ha recuperato
il tempo in cui la sorte fortunata

gli rivelò un fiore chiamato rosa

e lo strano colore del rosso.

jorge louis borges



di che colore sono i fiori di ciliegio..sono rosa, o sono essi
bianchi?
mi piacerebbe un giorno vestirmi di fiori di ciliegio, e così come 
loro sembrare di non appartenere a nessun tempo

vestirmi di rosa, non come donna, ma come fiore
avere, in ogni sfumatura, il segreto taciuto di un mondo lontano, la
tristezza lontana di un viso che guarda verso il cielo, al mondo di
cui ogni petalo trattiene un ricordo, quello cui torna alla sera.
durare una stagione o il tempo del desiderio di una cosa che non 
durerà abbastanza per finirci, finire prima, per essere poi attesi
tutto l’anno, come un regalo.

un viso che torna, un odore dimenticato che ci accarezza 
all'improvviso e fugge via lontano.

katsushika hokusai_mount fuji seen throught cherry blossom

rosa come le prime volte, vivi come pelle fresca

la prima volta come la prima fioritura, che attende maggio così che
anche il cielo si tinge di rosa e più non si riesce a scorgere
nel viso un pudore 

rosa come le gote di un’emozione, 
come la carne che sboccia nel desiderio, 
che fa rumore in un profumo, che si trattiene in un respiro.
rosa come labbra verso il cielo.

maggio vicino e un cuore che esplode nella pelle al vento.



i ciliegi sono in realtà un pretesto per  ricordarmi dei giardini 
di casa, perché i ciliegi sono per me, come la pioggia di Borges, 
qualcosa che accade al passato.
all'improvviso io sono ancora seduta tra le rose in giardino, 
abbraccio mio fratello e il sole ci socchiude gli occhi, mia mamma
ride divertita e eccitata dalla polaroid

io ho un grande fiocco in testa e una camicia colorata.

fiori rosa


I cattivi pensieri notturni diventano fiori
Cesare Pavese



c'è un bell'albero vicino all’entrata laterale della chiesa
lo posso vedere dalla vetrata, qui all’ingresso del locale. 
ha fiori rosa, più rosa dei fiori di pesco e i suoi rami 
guardano a terra, non in cielo. 
son così bassi che a passarci sotto ti accarezzano il capo.

come un giardino.

a guardarlo da terra sembra un cielo, 
con stelle di agosto, 
quando la volta arrossisce, alla sera, come il pudore della
giovinezza.


Great St Mary's, Cambridge

tra l'albero, la porta, il volto della donna nella pietra che tiene 
in braccio un bambino, qualcosa si è fermato.

la bellezza nel silenzio, l'attesa, l'abbraccio. 
oggi, una primavera.

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