l'importante è congelare bene


tre giorni di una pausa a casa comprendono 42 ore di viaggio se qualcosa va storto, questo lo abbiamo imparato.

ritorno il venerdì in una Cambridge innevata come risvegliata da un lungo sonno in cui la primavera è già accaduta.

il cibo in cucina, il resto in camera, come sempre da anni.

e come sempre in valigia resta ancora qualcosa legato alla stagione del viaggio, d'inverno è il fumo del focolare e quello delle sigarette dei miei genitori, incastrati nella lana dei maglioni.

quello va in lavatrice, in un processo di semi-azzeramento degli odori.


...mi faccio un caffè.


la valigia è aperta a terra, manca giusto da mettere a posto qualcosina e mettere ordine nel tempo e nello spazio concentrati tra questa e ciò che sta attorno.
spazio con una certa densità, di intenti e aspettative e ordine.
e un tempo particolare, sospeso e in movimento tra le ore del giorno e i tempi delle settimane.
è un tempo vuoto, vuoto come un grande ventre che si prepara a un'accoglienza e a un grembo.
un grande vuoto contenuto in uno spazio più grande, preciso e definito, conosciuto, di cui la valigia fa da pelle.

è una pelle importante nel momento del ritorno. 

anche quando a un certo punto riempire gli spazi non diventa più necessario e definirli non è più importante.



per riempire gli spazi
per calmare il dolore
l' apertura è una frase
il silenzio una porta

...

per riempire gli spazi
per gestire gli spazi
per capire gli spazi
per non dire più spazi




i ritorni - lo abbiamo imparato - rimescolano le cose, confondono l'ordine delle giornate. prendono in prestito tempi diversi che vengono da altri momenti della vita. 
a volte sono i tempi dei cinque anni e a volte sono i tempi dell'adolescenza, o semplicemente quelli di un'estate in cui per la prima volta si è stati in una spiaggia diversa.

il disordine immediato al viaggio di ritorno è inversamente proporzionale al tempo speso a casa, anche questo abbiamo imparato.
a volte dipende semplicemente dal cielo che troviamo: grigio come le serate invernali a sette anni, in cui l'umidità per le strade era meno rumorosa perché c'erano più voci per le vie a rompere il ticchettio della pioggia o azzurro come i primi cieli estivi di giugno, quando tutti aspettavamo l'estate che sarebbe arrivata, grandiosa e invincibile, come sempre.

i ritorni sono processi che bisogna gestire in un certo modo, preciso e metodico, mettendo ordine lasciando i giusti spazi per il caos emotivo, che è un caos sano, liberatorio e ricreativo.
è come il pane che porto sempre da casa, da affettare e congelare: il taglio è preciso, delle sue fette perfette non si sbriciola niente, queste si potrebbero riattaccare insieme e si otterrebbe lo stesso pane da cui si è partiti. ma se si vogliono consumare facilmente bisogna congelarle insieme badando di lasciare dello spazio tra l'una e l'altra perché non si attacchino tra di loro.



nei ritorni l'importante è conservare e congelare bene.



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