fiori rosa


I cattivi pensieri notturni diventano fiori
Cesare Pavese



c'è un bell'albero vicino all’entrata laterale della chiesa
lo posso vedere dalla vetrata, qui all’ingresso del locale. 
ha fiori rosa, più rosa dei fiori di pesco e i suoi rami 
guardano a terra, non in cielo. 
son così bassi che a passarci sotto ti accarezzano il capo.

come un giardino.

a guardarlo da terra sembra un cielo, 
con stelle di agosto, 
quando la volta arrossisce, alla sera, come il pudore della
giovinezza.


Great St Mary's, Cambridge

tra l'albero, la porta, il volto della donna nella pietra che tiene 
in braccio un bambino, qualcosa si è fermato.

la bellezza nel silenzio, l'attesa, l'abbraccio. 
oggi, una primavera.

autoritratto con abbraccio

il nostro corpo è anche la misura delle parole
alda merini


le mie stanno
appese alle labbra
come sul ciglio di un trampolino 
sul mare

Self-Portrait with Laurence
A r n o R a f a e l M i n k k i n e n


guardano l’acqua
sentono il vento

attendono
sul tempo del vento
sul ciglio di uno slancio

indugiano sull’umanità
trattenendola in un silenzio di madre.

la mia eternità odora di sale e di ali spalancate

mi abbraccio



_come si sta appesi al vento?, mi chiede la roccia

_non lo so, rispondo, 
io sto appesa a un’onda, ma con la tua stessa forza


  
appesi a un silenzio di un momento,
di un indugio facciamo la nostra eternità, come quella che si porta dietro un segreto o il senso di una fine.


colonna sonora della finestra di camera esposta a est a questa altitudine, con il sole, questa mattina di natale

colonna sonora della finestra di camera esposta a est 
a questa altitudine, con il sole, questa mattina di natale: 
come sopra.


morning sun_e d w a r d h o p p e r

























  e infine, se si dovesse fare tardi e non ci fosse più il sole ma avanza   ancora un pò di vino, lui è quello giusto












il panettone sotto l'albero

il 21 dicembre da sempre è un giorno abbastanza ‘interessante’ per dire 'oohhh è arrivato Natale!'.
non prima.
mancano tre giorni alla vigilia, non della festa - quella è una cosa personale - ma della sosta, per l’abbraccio e la condivisione. Natale come preparativo, come pausa, come scusa, come casa, come amici.
vigilia come una piccola lista di desideri, quella che scriviamo nella lettera indirizzata a noi, in verità. perché a una certa età, ognuno è il Babbo Natale di se stesso. Quindi:


Cara Ursula,
io sotto l’albero che vorrei - dove ci sarebbero appesi biscotti, caramelle, desideri, fotografie, una sciarpa, un cappello, dello zucchero filato, qualche stecca di cannella, un pò di uva passa, qualche ispirazione, qualche shilinuso qua e là, un pò di neve che non si scioglie, qualche ricordo, un pò di tempo perduto, una strada nuova - mi piacerebbe trovarci un pò di cose, che non sono grandi cose: piccoli pezzi di tempo, di bontà, di persone. 


frolla e stelle
foto_u r su l a b a s t a

bene, sotto quell'albero io vorrei un enorme panettone soffice e morbido e profumato, e dentro quel panettone ci vorrei trovare:

degli occhi nuovi per guardare bene e da più punti ogni giorno del prossimo anno
un sorriso per me e un altro per le persone, quelle che conosco e quelle che non conosco
un abbraccio ogni giorno, che duri almeno 20 secondi (che dice è il tempo giusto perchè un abbraccio faccia bene al cuore e al cervello)
una carezza mentre dormo, che venga anche da lontano
un bacio ogni giorno e uno sulla fronte alla mattina
una bottiglia di vino buono
del pane fresco e anche dei biscotti, che ce n’è sempre bisogno
un pò d’ispirazione ogni giorno
un pò di mare e un pò si sabbia tra le dita
un pò di fuocodinatale
lo sguardo, anche distratto, di chi amo
la condivisione, anche un pò di silenzio, ogni tanto
tanta empatia
qualche complimento, che, si sa, spesso è meglio di una stecca di cioccolata
una bevuta con gli amici
una chiacchierata in pigiama
un pò di leggerezza
qualche risata a crepapelle
dei bambini che giocano
il tempo giusto per me e per gli altri
un’attenzione in più, una cortesia, una gentilezza
una cioccolata calda
una sedia, per pensare e per sapere riposare e aspettare,
un pò di tempo e un abbraccio lungo, lunghissimo con qualche persona che non c’è più
sarebbe tanto quel tempo

sedia con albero_cambridge
foto_f r a n c e s c o l e v a n t i

sopra, il focolare verde per la contemplazione. 

il focolare di casa per ora sta dentro valigia, non come traghettatrice, ma come spazio misurato delle nostre cose che viaggiano.

passaggi

tutti abbiamo delle ragioni
per muoverci
io mi muovo

per tenere assieme le cose


mark strend_tenendo le cose assieme


oggi è il 1 dicembre, oggi accade il mio primo post dall’Inghilterra.
non ha forma ancora il pensiero o la coscienza del luogo, ma piano piano l’occhio circoscrive il freddo e i colori: il grigio del cielo, il verde brillante degli arbusti; i giganteschi alberi; le cappelle gotiche agli incroci di una qualsiasi strada; i volti qualsiasi del posto qualsiasi nel caffè qualsiasi.




cambridge, passaggi
foto_u r s u l a b a s t a


lo sguardo circoscrive l’aria intorno alla marcia verso il nuovo. E in questo qualsiasi sta il carattere nuovo di ora: l’indifferenza salvifica, l’indefinizione feconda.

il colore di questi giorni è rosso, rosso come le cabine telefoniche, rosso come le bacche, rosso come le porte laccate delle case, quello che non ti aspetteresti arrivare da una quinta di villette tutte uguali, mattoni e vialetti, finestre bianche e tetti appuntiti.

elizabeth gadd photography_breathe

ieri abbiamo visto il sole per la prima volta da quando siamo partiti, un sole basso, un sole pomeridiano, stanco, lontano.
c'è stato poco tempo per pensare, per scrivere, per elaborare, ma è presto per farlo.
il tempo che è stato è per i biscotti al burro salato, il tè, il porridge, cose fumanti, di profumi e di calore, di pausa nel passaggio, di preparazione all'incontro.

sono nuova anch’io qui, “so avere lo stupore essenziale che avrebbe un bambino se nel nascere, si accorgesse che è nato davvero”.

non so se questo sia il mio posto, perchè in realtà penso che ognuno di noi si porti dietro moltitudini di individui, e ognuna ha un suo luogo che lo aspetta nel mondo. Non so neanche se un posto solo possa soddisfare il desiderio di vivere sempre altrove, se esiste una parte tra quelle moltitudini che spinge altrove sempre, o se, alla fine, sopraggiunge l’amore verso un luogo solo. so che uno diventa quel che ha visto e quel potenziale resta la più grande delle ambizioni personali che ognuno sente verso di sè.


dobbiamo fare:
dell’interruzione,
un nuovo cammino,
della caduta,
un passo di danza,
della paura,
una scala,
del sogno,
un ponte,
del bisogno,
un incontro_
fernando pessoa

portare a spasso le proprie radici: qualcosa di più che un viaggio soltanto, qualcosa di più che una sosta.

la clessidra del pesco

oggi abbiamo tagliato il pesco nel giardino di casa.
aveva la mia stessa età, piantato da mio nonno per un augurio, perchè fosse già qui nel momento in cui ci saremmo trasferiti a casa nuova per la prima volta.

ne è rimasto poco, a parte le radici, che non si vedono, mai; un anello spesso e la base del fusto, grossa quanto lo sarei io se fossi un albero di pesco invece che una persona.


foto_u r s u l a b a s t a


finiscono così le radici se il posto in cui crescono è sbagliato? se qualcuno sceglie per loro la terra sbagliata, così che distruggono il luogo che le ospita, non tessendo per esso la terra, per renderlo più forte?

penso a questo guardando questo pesco.



cercare l’amore
di more
per ore
da re
e
dare
per ore
manciate di more
dimore di me per amore

clessidra_carmine abate



la clessidra è nelle radici, che qui, ora, lentamente andranno seccandosi. ma le mie radici io le voglio immaginare come se fossero un prolungamento delle mie gambe, il punto di contatto più forte con la terra in cui cammino, che sia rossa e fragile, che sia nera e dura, che sia di sabbia, o di roccia, o di sottobosco, poco importa. 
quelle radici me le porto dietro, affinchè possano parlare, vedere il mondo, dal profondo, crescere insieme a me come in questi anni ha fatto questo pesco, proteggendomi ancora dai terremoti più profondi, senza che nessuno un giorno le possa tagliare, se non una forza più grande.

storm thorgerson_the widow


era di pesche, non di more. e il cesto era giallo, non violetto. 
la polpa soda e la superficie liscia.


l’ombra dei rami protegge ancora i miei occhi dal sole più entrante, disegna ancora di linee scure  l’ombra sull’intonaco bianco. 
rughe sul volto, linee del tempo che passa, linee di vita che si allarga, guardando a una porzione di cielo più grande.

costruiamo collane

C’è un riserbo particolare nel modo in cui le donne più anziane guardano e sfiorano con le mani le lenzuola, le stirano, le ripongono, le piegano; una pudicizia antica che si addentra fin nella trama del tessuto, che sia il morbido cotone o il lino più ostico dei coprimaterassi.


foto_u r s u l a b a s t a

Quella pudicizia ha un profumo particolare, che è quello del tempo che mai passa, il tempo cui resiste il lino, cui resiste anche il ricamo, cui resistono i fiori intelaiati secondo un disegno antico.





coperte al telaio_c a r f i z z i
foto_ u r s u l a b a s t a

Ordito, una parola che racchiude l’incanto dell’inizio e l'architettura di un ordine, affinchè il disegno possa incominciare.


In una coperta al telaio vi è un mondo, un mondo pensato, studiato, misurato, fin nel dettaglio; un mondo che viene dalla terra; il mondo dei colori, di una gerarchia precisa; un mondo di suoni e parole che più non esistono, che più non si dicono.


coperte al telaio_c a r f i z z i_dettagli
foto_ u r s u l a b a s t a


Qui sta una parte della bellezza di Carfizzi. Una bellezza che nasce dalle mani di donne che sanno, che vedono, che insegnano, che aspettano, che lavorano, che disegnano, che sognano, che osservano.


donne al telaio_c a r f i z z i
mostra fotografica permanente_comune di carfizzi
Di queste donne ne son rimaste poche. Ma basta un cenno per far sì che nel racconto le loro mani comincino a disegnare nell’aria il movimento antico, parlando una lingua che non esiste più, urlando ancora la rabbia della rinuncia al lavoro bello per correre nei campi nella necessità, l’ingiustizia di una coperta andata senza merito a qualche sorella o, peggio ancora, a qualche cognata che non parla neanche l’arbëresh.
Soprattutto quelle mani parlano del momento della tessitura che riuniva in una sola casa più donne, che spostava quelle che non possedevano un telaio nelle case invece in cui ve n’era uno, ricche dimore.
Parla di cooperazione, di scambio. Femminile.

Carfizzi è stato un paese per cui quasi ogni casa possedeva un telaio, possedeva ori preziosi che, come le coperte, narrano una bellezza antica. Raccontano dei colori delle case, delle fantasie di queste donne, delle radici con cui coloravano i tessuti, una storia lunga, che parte dai campi di lino.


fase di lavorazione del lino
foto tratta da un filmato storico su carfizzi realizzato  da andrea falbo_anno 1940 ca

Mia nonna apre il baule con un sentimento complesso, un misto di orgoglio per il tesoro prezioso, custodito gelosamente negli anni, di nostalgia per il mondo emerso da un tempo lontano, di piccoli e tenui dolori intrisi di vuoti familiari, di silenzi e di frastuoni. E mentre mi fa vedere le sue coperte sembra perdersi nei ricordi di quel tempo, nella strada che và da casa alla campagna, nei ritmi di giornate lontane. Parlando una lingua a me quasi del tutto sconosciuta, muove le mani per spiegarmi il lavoro, per farmelo vedere. Poi all'improvviso si ferma e mi guarda, dicendomi "Me lo ricordo ancora, era bello quel rumore ad aprile e a maggio..non si sentiva altro che il tucchetucche-tucchetucche nelle case..e anche casa nostra era piena di donne che venivano a cucire, a chiedere consiglio, a chiedere il disegno, a chiedere una mano, a guardare e basta. Ma quello era un altro mondo. C’era fame e tanta miseria. Ma c'era anche questo".



Io mi chiedo ora dove sia quel tempo, dove siano quelle donne. Mi chiedo quando è stato il momento in cui si è pensato che costruire insieme la bellezza non fosse poi così importante.

In merito, una riflessione di Francesco Piccolo relativamente al complesso rapporto tra bellezza, economia e comunità, che poi così complesso alla fine non è.

“Noi pensiamo sempre che c’è stato un passato migliore, in cui le persone si occupavano, tutte, di questioni importanti. Pensiamo che siano i nostri tempi a essere superficiali, perduti. E’ questa certezza che ha reso saldo il nostro istinto reazionario, in qualsiasi spazio di vita. Era meglio prima.
Gli uomini primitivi, quando arrivava la luce del giorno, uscivano dalle caverne e rischiavano la vita anche per procurarsi coralli per fare collane. Rischiavano allo stesso modo, sia per la sopravvivenza sia per la vanità. La superficialità ha diritto di esistere, quanto la profondità. La vita politica, la vita contemplativa e la vita dedita ai piaceri sono sempre esistite contemporaneamente, e la capacità di farle convivere è il compito di ogni individuo e di ogni comunità”.

Una riflessione tonda, da cui scaturisce una verità e soprattutto l'idea della possibilità di un futuro: le piccole realtà come quella di Carfizzi non possono sperare di salvarsi con la macroeconomia, ma hanno forse una possibilità nel recupero delle attività culturali legate alla bellezza e a quello che può essere in qualche modo considerato effimero, altrettanto necessarie all’umanità,come avevano ben compreso gli uomini primitivi.