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soglia pioggia

..a quest’ora c’è chi osserva dalla sua postazione in ombra

una qualche tristezza di pioggia
il rifiuto
l’urlo
l’amarezza
il verde brillante degli arabeschi di muschio sul muro della mia corte e dentro la mia schiena

le parole taciute
il tempo dei loro racconti, della loro solitudine, della loro malinconia infinita
il loro modo insistente
le loro notti nella veglia ai castelli all'ombra dell'immaginazione
quelle che volano via, senza memoria di quel che sono state
e quelle che si calcificano da qualche parte sulle ossa, nella pelle, moltiplicandosi come una città




oggi stanno
piene di pioggia, stordite,  
sulla soglia  

perché tenevo non soltanto a soffrire, ma a rispettare l’originalità della mia sofferenza così come io l’avevo subita all’improvviso, senza volerlo, e volevo continuare a subirla, obbedendo alle sue leggi, ogni volta che fosse tornata quella strana contraddizione della sopravvivenza e del nulla intrecciati dentro di me_marcel proust





merletto firenze



Firenze di notte, nuda e silenziosa.
la pioggia nuova di domani è già dentro le mie ossa, e le luci la trasformano in telo, velo che s’immerge nel fiume, bagnato di vino, di labbra che cercano ristoro, di passi accoppiati sul lastricato che accompagnano le parole.
quasi la amo di più ora che tace e si lascia respirare, palcoscenico di ercoli e sabine rampanti che mi osservano stupefatti e gentili al mio passaggio. 





dormi Firenze.

io ti respiro stanotte, e ti guardo da vicino, come gigante. 
vedo le cose che avrei voluto, le notti in cui per te non ho dormito, bagnate dall’afa dell’estate, dalle zanzare e dalla voglia di mare. 
vedo gli attimi che ho fermato perché stregata da uno sfondo perfetto, i sorrisi che ogni tuo colore mi ha donato. 
vedo le strade che mi hanno rotto più volte le caviglie, la muffa che stasera sento anch’io sulla schiena, in questa inquieta e piovosa notte di marzo.
vedo i campanili che dalle vie strette sfrecciano, come pleiadi di pietra segnano i tuoi percorsi. 
vedo le vie strette che mi tagliano il cielo, e mi vien voglia di urlare per il cielo tagliato che mi lasci ogni volta. 
vedo una meraviglia che è la copertina della mia vita, l’abito d’occasione prezioso, il merletto che ci si leva alla sera. 


Persa nel cielo 
lungo la notte del mio cammino 
sono due luci 
che mi accompagnan 
dovunque sto 
una nel sole 
per quando il sole 
mi copre d'oro 
una nel nero 
per quando il gelo 
mi vuole a sé 


ma stasera vedo solo la mia vita, tra le ultime due ore e tra due mesi, un merletto che mi piace, un gioco che mi vizia e il tempo fermato sulla schiena fredda del Biancone. 
un pareo appeso alla vita, un cerchietto rosa cipria e una musica che pare scritta da più mani.
da qualche parte se ne va quest’angolo di pietre e di muffe, questa vacanza da me. 
da qualche parte questa sera io me ne sono andata, e delle scarpe color vinaccio restan solo le nappette gongolanti, eccitate e leggere.



nel ritorno verso casa, mi fermo a guardare il fiume da Ponte San Niccolò..un fragore lieve ma vivo, dolce e arrendevole..decine di luci mi scrutano, dal fondo dell'acqua che bisbiglia..
le sorrido: mi attende un fragore maggiore, muro di suono costante e salato.


come Neruda penso al mio essere perduto nel suo, alla mia sostanza imperfetta nella sua, e mi trovo in adorazione.

l' urlo


28.07.2012

Sento, come tutte le volte, la febbre, nell’anima. Non so che nome abbia. Assomiglia a una dolce tristezza.
Lasciare questa città non è più facile. Non per la città, probabilmente, ma per alcuni suoi luoghi.
Non qualcosa che viene da fuori, ma da dentro.
Il fiume caldo e lento e le luci, e il riflesso di un’umanità che si fa via via più complessa, tortuosa come il suo medievale, in cui anche l’odore di fogna con facilità si “alloca”.

E’ stato un mese giocoso e irriverente. 
Curioso, immaginarsi altro, tutte le volte. Divertente aggiungere luoghi e volti a un posto che si è imparato a considerare, a tratti, proprio. Nei tratti che non solo sono suoi propri,ma che non potrebbero essere altrimenti.

Mi sembra bello, ora, anche dolce, il sesso, come il latte alla mattina, e fuori l’afa.
Il blu del divano e Gilmour che canta.
Nessuna cosa al suo posto. Passeggiare tra le cose fuori posto come una bambina, lasciandole lì e scoprirne, come mine vaganti, un senso differente.
Un senso profumato di vino e zanzare e degli archi di Ponte Vecchio tremolanti nel riflesso sull’Arno.
Io mi trovo lì.
Appoggiata con la schiena sul dondolarsi del pelo dell’acqua sui muri. Lì dove tutto si perde e si frantuma, lì dove comincia il mondo a rovescio, mai a fuoco, mai uguale a sé, mai immobile, in fuga.Il rumore dell’acqua e il verde del prato, umido.
Umano, il desiderio.
Semplice e intimo, caldo, avvolgente.
Diversamente vicino, diversamente silenzioso.

Ne vale la pena se si riesce a fare l’amore in un certo modo.
Se è facile, se è onesto, accarezzarsi l’anima .
Circoscrivo certe notti e mi commuovo. Dentro di me il respiro dell’umanità tutta, corale e crescente. Sull’orlo di Comfortably numb, l’amplesso diventa un’esplosione dei sensi, il cullarsi del termine di ogni cosa, l’affacciarsi sull’acqua tremolante, e l’immergersi della carne tutta.
Bagnato e arcaico, lo sprofondare un abisso urlato e squarciato.

All’improvviso tutto muore, dolcemente.

Tranne l’urlo.





stratagemmi al tramonto

Cammino in questa città senza questa città. Sotto gli alberi dei viali, col sole, con la pioggia. Nel traffico infernale delle strade, nei cumuli di persone il sabato shoppinghiano, nel silenzio delle strade domenicali. In mezzo alla gente, da sola. Incavolata nera, entusiasta, disillusa, speranzosa..in marcia.

Cammino dentro me stessa, sempre, negli ultimi tempi, tra i propositi e la programmazione quotidiana. Ed è una sensazione spesso surreale. 


Il giorno è diverso, il giorno è più clemente. E se c’è il sole tutto è chiaro e limpido, sembra anche facile.

Ma la sera no. La sera i silenzi si impongono con forza e decisione. La riflessione e il dialogo interiore guardano all’orizzonte, cercandomi dall’altra parte. Soprattutto al tramonto. Un bel tramonto cancella il superfluo e trascina l’entusiasmo e il da farsi verso un romanticismo lento. Un romanticismo pinkfloydiano che mi manca terribilmente, che mi commuove, che mi fa riappacificare con me stessa, che riprende i discorsi scomodi e le domande seminandole ovunque, ma nel contempo lascia che un filo sottile tenga, anche se con difficoltà, tutte le parole, le trasfigurazioni esterne, l’impressione che diamo di noi agli altri.

Mi affaccio dal balcone e chiudo gli occhi.



Sento l'odore familiare delle strade del mio paese. I vicoli, il buio e le pietre, gli alberi e l'odore di tramontana che sanno tutto di me. Rasserenano la follia, l’alienazione, il non sapere chi sono nella corsa, nei rumori che gli altrove scatenano, e fanno sì che un silenzio millenario scenda dentro di me, misteriosamente, quasi per magia.


vicolo_palacco_c a r f i z z i




Mi ritrovai seduto su una panchina 
al sole di febbraio 

un magico pomeriggio dai riflessi d'oro 

e mi svegliai con l'aria di pioggia recente 

che aveva lasciato frammenti di gioia



linee

fuori piove.
la pioggia lascia sparse le immagini con un ticchettio puntuale e tanta freschezza, accompagna quel limes sottile ed estraneo fatto di linee. le linee dei binari, le linee lungo le strade, l’ invisibile linea intrisa di dolce e arrendevole tensione che ci separa dalle cose, la linea del tempo, impossibile da piegare, ma non da eludere. basta perdersi e lasciarsi andare dolcemente all'acqua che viene giù.


Sæglópur_SIGUR ROS



dal vetro di camera mia l'immagine acquerellata delle colline fiesolane.


il silenzio stamani è verde e bagnato.