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la partenza nel ritorno

un post differente questo di oggi.

un post per dire che il mio piccolo grande libro, il mio racconto, è uscito qualche giorno fa.

parlarne qui, in questo blog, dove tutto si è formato e sembra aver preso coscienza e forma, mi è sembrato facile, naturale.

questo, che è diventato un luogo per me, un punto di incontro soprattutto, è l'unico luogo che non si è spostato in questi anni.
l'unico luogo dove tutto si mescola per dare forma distinta alle cose, ai pensieri, per le parole.

mi sembrava quindi opportuno dire qui che questo libro nasce grazie alle persone che ho incontrato nel mio percorso, per cui certi pensieri hanno preso forma in un certo modo.

nasce grazie alle persone con cui ho condiviso i miei ultimi mesi a Carfizzi prima di partire per l'Inghilterra, che ho conosciuto in modi nuovi, con nuove cose.

in questo blog ci sono molti post che parlano del mio paese, è vero, e in ciascuno vi è qualcosa di unico, ma in ognuno vi è la fortuna della condivisione, della comunicazione, dell'ironia, vi è la fortuna delle persone.

Carfizzi scompare è vero, ma sarebbe un peccato che scomparisse senza la coscienza, senza la consapevolezza dell'enorme patrimonio umano, culturale che c'è, e che è lì, custodito da persone che ancora fanno tanto per il luogo, per i bambini, per tutti. 
persone che nella maggior parte dei casi stanno dietro le quinte.
questo libro è per loro perché non sarebbe lo stesso senza il loro aiuto prezioso, senza la loro presenza.
e non serve che faccia nomi, per noi non è mai stato essenziale.

quindi grazie.

un grazie del tutto speciale a Emilio Maio per le immagini, per la copertina.
grazie a lui tutto è stato all'improvviso più vicino, tutto ha acquisito un senso rotondo.

è stata, la nostra, una comunicazione naturale, silenziosa e delicata.
in questo progetto c'è anche questo dialogo, per chi sa leggerlo e scoprirlo.

La partenza nel ritorno è online, per ora dispinibile come ebook, ma presto anche in versione cartacea.








Lisbona, l'ora di andarsene




 al sole,
i gabbiani assillanti.

l’ora di andarsene

Lisbona, 14 ottobre 2015





Lisbona, Praça do Comércio










ritrovare,
la mente, 
per caso
le cose

respirare un silenzio

e alla sera
ricordarsi della vita che è stata
all'ombra dell'oleandro che manca

S a m T o f t_Letting go again

polaroid in giardino

bruscamente la sera si è schiarita
perché già cade la pioggia minuziosa.

cade o è caduta. la pioggia è una cosa

che senza dubbio succede nel passato.

chi la sente cadere ha recuperato
il tempo in cui la sorte fortunata

gli rivelò un fiore chiamato rosa

e lo strano colore del rosso.

jorge louis borges



di che colore sono i fiori di ciliegio..sono rosa, o sono essi
bianchi?
mi piacerebbe un giorno vestirmi di fiori di ciliegio, e così come 
loro sembrare di non appartenere a nessun tempo

vestirmi di rosa, non come donna, ma come fiore
avere, in ogni sfumatura, il segreto taciuto di un mondo lontano, la
tristezza lontana di un viso che guarda verso il cielo, al mondo di
cui ogni petalo trattiene un ricordo, quello cui torna alla sera.
durare una stagione o il tempo del desiderio di una cosa che non 
durerà abbastanza per finirci, finire prima, per essere poi attesi
tutto l’anno, come un regalo.

un viso che torna, un odore dimenticato che ci accarezza 
all'improvviso e fugge via lontano.

katsushika hokusai_mount fuji seen throught cherry blossom

rosa come le prime volte, vivi come pelle fresca

la prima volta come la prima fioritura, che attende maggio così che
anche il cielo si tinge di rosa e più non si riesce a scorgere
nel viso un pudore 

rosa come le gote di un’emozione, 
come la carne che sboccia nel desiderio, 
che fa rumore in un profumo, che si trattiene in un respiro.
rosa come labbra verso il cielo.

maggio vicino e un cuore che esplode nella pelle al vento.



i ciliegi sono in realtà un pretesto per  ricordarmi dei giardini 
di casa, perché i ciliegi sono per me, come la pioggia di Borges, 
qualcosa che accade al passato.
all'improvviso io sono ancora seduta tra le rose in giardino, 
abbraccio mio fratello e il sole ci socchiude gli occhi, mia mamma
ride divertita e eccitata dalla polaroid

io ho un grande fiocco in testa e una camicia colorata.

il panettone sotto l'albero

il 21 dicembre da sempre è un giorno abbastanza ‘interessante’ per dire 'oohhh è arrivato Natale!'.
non prima.
mancano tre giorni alla vigilia, non della festa - quella è una cosa personale - ma della sosta, per l’abbraccio e la condivisione. Natale come preparativo, come pausa, come scusa, come casa, come amici.
vigilia come una piccola lista di desideri, quella che scriviamo nella lettera indirizzata a noi, in verità. perché a una certa età, ognuno è il Babbo Natale di se stesso. Quindi:


Cara Ursula,
io sotto l’albero che vorrei - dove ci sarebbero appesi biscotti, caramelle, desideri, fotografie, una sciarpa, un cappello, dello zucchero filato, qualche stecca di cannella, un pò di uva passa, qualche ispirazione, qualche shilinuso qua e là, un pò di neve che non si scioglie, qualche ricordo, un pò di tempo perduto, una strada nuova - mi piacerebbe trovarci un pò di cose, che non sono grandi cose: piccoli pezzi di tempo, di bontà, di persone. 


frolla e stelle
foto_u r su l a b a s t a

bene, sotto quell'albero io vorrei un enorme panettone soffice e morbido e profumato, e dentro quel panettone ci vorrei trovare:

degli occhi nuovi per guardare bene e da più punti ogni giorno del prossimo anno
un sorriso per me e un altro per le persone, quelle che conosco e quelle che non conosco
un abbraccio ogni giorno, che duri almeno 20 secondi (che dice è il tempo giusto perchè un abbraccio faccia bene al cuore e al cervello)
una carezza mentre dormo, che venga anche da lontano
un bacio ogni giorno e uno sulla fronte alla mattina
una bottiglia di vino buono
del pane fresco e anche dei biscotti, che ce n’è sempre bisogno
un pò d’ispirazione ogni giorno
un pò di mare e un pò si sabbia tra le dita
un pò di fuocodinatale
lo sguardo, anche distratto, di chi amo
la condivisione, anche un pò di silenzio, ogni tanto
tanta empatia
qualche complimento, che, si sa, spesso è meglio di una stecca di cioccolata
una bevuta con gli amici
una chiacchierata in pigiama
un pò di leggerezza
qualche risata a crepapelle
dei bambini che giocano
il tempo giusto per me e per gli altri
un’attenzione in più, una cortesia, una gentilezza
una cioccolata calda
una sedia, per pensare e per sapere riposare e aspettare,
un pò di tempo e un abbraccio lungo, lunghissimo con qualche persona che non c’è più
sarebbe tanto quel tempo

sedia con albero_cambridge
foto_f r a n c e s c o l e v a n t i

sopra, il focolare verde per la contemplazione. 

il focolare di casa per ora sta dentro valigia, non come traghettatrice, ma come spazio misurato delle nostre cose che viaggiano.

la clessidra del pesco

oggi abbiamo tagliato il pesco nel giardino di casa.
aveva la mia stessa età, piantato da mio nonno per un augurio, perchè fosse già qui nel momento in cui ci saremmo trasferiti a casa nuova per la prima volta.

ne è rimasto poco, a parte le radici, che non si vedono, mai; un anello spesso e la base del fusto, grossa quanto lo sarei io se fossi un albero di pesco invece che una persona.


foto_u r s u l a b a s t a


finiscono così le radici se il posto in cui crescono è sbagliato? se qualcuno sceglie per loro la terra sbagliata, così che distruggono il luogo che le ospita, non tessendo per esso la terra, per renderlo più forte?

penso a questo guardando questo pesco.



cercare l’amore
di more
per ore
da re
e
dare
per ore
manciate di more
dimore di me per amore

clessidra_carmine abate



la clessidra è nelle radici, che qui, ora, lentamente andranno seccandosi. ma le mie radici io le voglio immaginare come se fossero un prolungamento delle mie gambe, il punto di contatto più forte con la terra in cui cammino, che sia rossa e fragile, che sia nera e dura, che sia di sabbia, o di roccia, o di sottobosco, poco importa. 
quelle radici me le porto dietro, affinchè possano parlare, vedere il mondo, dal profondo, crescere insieme a me come in questi anni ha fatto questo pesco, proteggendomi ancora dai terremoti più profondi, senza che nessuno un giorno le possa tagliare, se non una forza più grande.

storm thorgerson_the widow


era di pesche, non di more. e il cesto era giallo, non violetto. 
la polpa soda e la superficie liscia.


l’ombra dei rami protegge ancora i miei occhi dal sole più entrante, disegna ancora di linee scure  l’ombra sull’intonaco bianco. 
rughe sul volto, linee del tempo che passa, linee di vita che si allarga, guardando a una porzione di cielo più grande.

c'era una volta in Carfizzi

<< Chiedo venia per la presunzione! Forse dopo il paragrafo:
“ non mi piace che l’informazione che passa sia unicamente quella che racconta solo quello che resta, anche perchè per comprendere ciò che resta bisogna conoscere quello che c’era, raccontarlo, parlarne..”

Andava aggiunto in corsivo “C’era educazione, rispetto, modestia e pudicizia; c’era armonia, fraternità, disponibilità e cooperazione; c’era la pace, pur in tempo di guerra!”
(da ‘C’era una volta in Carfizzi’ di zio Enzo Rizzuto)>>.

questo voleva essere il commento lasciato da mio zio Enzo Rizzuto, al mio post di un paese che scompare.
questa è diventata l’occasione, ora, per aggiungere alle mie parole su quel che poteva esserci del paese, le sue di quel che veramente c’era. e io vorrei cogliere l’occasione per far leggere a tutti il paese che era, le sue case e le sue persone, le sue parole e le sue pietre, i mestieri, povertà e racconti, silenzi e profumi.
perchè questo fan le parole: raccontano, incantano, accendono mondi.


C’era una volta in Carfizzi, di Enzo Rizzuto

C’era una bella chiesa a tre navate, col suo classico campanile, intorno alla quale, in tre direttrici, orbitavano tutte imbiancate a calce, piccole casette prospicienti strette viuzze, tal che a vedersi era spontaneo comparare il tutto ad un lillipuziano paese da fiaba.

C’era, gradito all'orecchio, l’aritmico zoccolio, che all'alba ed al tramonto d’ogni dì, facean le lunghe fila d’asini nel calcar gli sdrucciolevoli acciottolati della “Cona” della “Vascialia” e del “Palacco”.

C’era il mietitore, inguainato in un largo, lungo e bianco camisaccio di tela di lino, dalle dita incannulate, con in testa, a far da cappello, un variopinto fazzoletto con i quattro angoli annodati, che grondante sudore ed allegro ad un tempo, jermitava con l’arcuata falce le turgide e nere spighe di grano duro, pago di questa magra e spesso unica ricompensa per un intero anno di dura fatica.

C’era il calzolaio (non il ciabattino) esperto nel fabbricar artigianalmente scarponi chiodati, ad operar seduto ad un lato del quadrato bischetto, sempre attorniato da un nugolo di apprendisti; chi intento ad incerar spago, chi a raddrizzar chiodini, chi a batter suola, chi ad affilar trincetti e chi, d’estate con un ventaglio intento ad arear il “Mastro” e da lui tener lontano le noiose mosche, badando però a non prendersi nello stomaco le gomitate o i pugni del “Mastro” stesso nell'atto in cui, cucendo, a due mani lo spago tira.

C’era l’incomprensibile vociar degli avvinazzati, proveniente dalla cantina dove, pur essendo “vietato l’incrocco”, hanno egualmente giocato al padrone e sotto, a volte sganasciandosi in risate, a volte provocando qualche rissa, spesso sedata da malcapitati pacieri.

C’era penuria di vino, lusso per pochi, desiderio per molti, per cui, gradita ed attesa occasione d’incontro tra amici e compari, era l’inveterata usanza d’approntare, in ogni famiglia, nel dì dell’uccisione del domestico maiale, un’agape agreste, destinata a finire con la generale sbronza dei conviviali, l’unica in grado d’appagar la loro antica arsura, e da loro tener temporaneamente lontane le tristezze del ieri  e del domani.

C’era penuria di acqua potabile, reperibile in poche sorgenti, site nei boschi che fan da verde corona all'abitato urbano; E malinconico a vedersi C’era al pomeriggio il frettoloso rientro delle massaie provenienti dalle fonti con i barili di legno legati a corda, proprio là dove la schiena cambia nome, che sudate e mute, s’adoperano a raggiunger casa al più presto, per approntare il desinare al marito ed ai figli, lì lì per rientrare dai campi.

C’era, quasi mitica parca la nonnina che con la conocchia  sotto l’ascella, filava il lino che in autunno, avea cardato ed impupato, dopo che il marito o il figlio col rustico mangano, sgusciandolo dall'originario legnoso involucro, trasformato l’avea in tessil fibra.

C’era la donzelletta seduta fuori dall'uscio di casa, d’estate intenta ad intrecciar canestri di paglia; e ad arabescarli d’amaranto e verde scarabeo per intonarli con le coperte di lino e lana che, d’inverno, avea tessuto sul telaio antico, all'antica maniera delle avole a lei tramandata, sperando di perpetuare gelose tradizioni.

C’era , alla vigilia di ogni matrimonio il tradizional ballo dell’addio  al nubilato, organizzato in casa della futura sposa; rara occasione d’incontro per altri platonici amanti, costretti a vedersi sol da lontano, ed a colloquiar con gesti da mimico linguaggio, diverso per ogni coppia perché non appreso su formulari o testi didattici per sordomuti, ma da essi soli inventato a guisa di segreto cifrario.

C’era il bimbo, che correndo scalzo, inseguiva un vecchio, arrugginito e rumoroso cerchio di bicicletta o che si soffermava a giocar con i coetanei alle trottole di legno; ai bottoni; a battimuro od allo squiglio.

C’era il giovinetto che giocava in piazza con gli amici, calciando una palla di stracci o un rattoppato pallone di rugoso cuoio, nuovamente rompendo il già lesionato vetro di una tarlata finestrucola, provocando così l’isterica reazione della massaia, le cui stridule gridate richiamavan all'assemblaggio gli astanti, a curiosar votati come divario alla noiosa inerzia, provocata dal non succedere mai nulla di nuovo.

C’era, al pomeriggio, sul ballatoio antistante l’Ufficio Postale, un raggruppamento di persone intento a ricommentare i soliti avvenimenti ed a spettegolar di tutto, nell’attesa che, senza fretta alcuna il procaccia arrivasse dal bivio , con i sacchi della posta infilati nelle capaci tasche della bisaccia, inarcata sul basto di una placida asinella.

C’era per rompere il solito tran-tran di tanto in tanto, applaudito dall'intera incantata popolazione, l’esibizione in piazza di una zingaresca Compagnia di prosa, che facea immancabilmente gli spettatori traslare dalle lacrime provocate da lagnosi drammoni romantici alle lacrime da risate, dalla comicità delle farse finali suscitate.

C’era la lucerna ad olio col suo sfrigolante stoppino ; il lume a petrolio e la lampada ad acetilene con i loro maleodoranti effluvi.

C’era un mulino dalle mole di pietra azionato a vapore ed un frantoio oleario a torchio.

C’era una sola automobile, due motociclette, tre biciclette.

C’era , prelibato per rusticani palati, il liquore marca Gemma, il Triplesec ed il famosissimo ricercato Doppio Kkuummeell.

C’era educazione, rispetto, modestia e pudicizia.

C’era armonia, fraternità, disponibilità, cooperazione.

C’era la discarica delle immondizie dislocata quasi in piazza; la malaria, la tubercolosi ed anche la fame.

C’era la pace, pur in tempo di guerra !
Per chi ha vissuto quello, ad un tempo aureo e plumbeo periodo, ora c’è solo un po’ di nostalgia; fra non molto ci sarà  l’oblio.



questo è un omaggio a una persona che ha conosciuto profondamente Carfizzi; che l’ha vissuto, visto cambiare, saputo raccontare, ai grandi e ai piccoli, anche oggi, che sembra siano passati secoli dalle sue parole.
una persona che da sempre, per me, è stato ‘il racconto’, di tutte le cose di cui ho ricordo, dalle favole alla storia, dalla matematica alla filosofia, agli indovinelli, alle parole, alla loro magia, ai loro mondi, ai loro perchè.


Carfizzi
P.za Tassone ex P.za Marconi
Carfizzi
P.za Tassone ex P.za Marconi vista dalla Croce

parla di un altro tempo, certamente, e lo fa con un altro tempo. ma la magia è in quell’attimo in cui quel tempo ritorna, la magia è crederci ancora; è, per me, sentirmi sempre la bambina che corre nella corte, si perde nei quadri, li numera, prende nota dei colori e delle cornici, si attacca ai titoli dei libri nello studio, tempera le matite per poi rimetterle nel portapenne sopra la scrivania.
il tempo è in quel temperare, tirare a nuovo lo strumento della scrittura, per eludere i giorni, gli anni e sfuggirne, nel racconto.


foto_f e r d i n a n d o s c i a n n a


foto_f e r d i n a n d o s c i a n n a



le foto di Carfizzi in alto sono tratte dal sito mondoarberesco di Enrico Ferraro

ora solare

dell'indugiare:

la soglia del mio essere,
la soglia su cui esitano grandi passeri.
sono uccelli colmi d’abisso
quali stanno nei sogni.
se scandaglio e ripenso, dubito
ed è cataclisma sull’anima
la soglia su cui sta

poesie_fernando pessoa


per i lettori soliti: a parte l’introduzione, si avvertono che si tratta di un post poco impegnato, forse un pò sciocco, forse un pò futile. ma oggi è domenica ed è cambiato l’orario, fuori è buio dalle cinque e piove, fa freddo, e in questa casa non c’è un camino.
questa è una dilemmadomenica.
(dilemma: da etimo 'sorta di argomentazione cornuta' e se cornuta  vuol dire una qualche cosa, il rimando immediato è comunque in percentuale corretto).
il dilemma di oggi è sulla scia del ‘solito ultimo’: pacchi con un cambio di stagione da fare, sapendolo un lavoro quasi inutile dato che le valigie aperte mi aspettano tra meno di un mese; le scatole; la casa nelle scatole. e di domenica le scatole, i dilemmi, le noie, le lamentele, le bestemmie, il bubare vari, giocano facile.

in questa casa temporanea, che ci ospita ormai da tre mesi, non c’è un camino. 
com’è una casa del sud senza un camino? ..una stufa o, per dire, un accentratore di attenzioni, di corpi, di grovigli, di costrizioni, di pensieri?
il camino: come si fa senza? 
DILEMMA!

e la riflessione nasce oggi, dato che da ieri si gela, ma solo oggi è domenica. e in molti sanno che le intolleranze di routine settimanali la domenica si accentuano ed aumentano di numero, perchè la domenica è un giorno complicato. 

chiaramente questo post serve solo alla sottoscritta come sfogo,  a qualcun altro servirà invece per ricordarsi dei discorsi futili e irresistibili sulla domenica con cui hanno riempito pomeriggi interi dietro a un caffè o a un bicchiere di vino.


tea party
foto_r o d n e y s m i t h

ore 18,00 e fuori è buio.
prepararsi agli eventi e alla vita oggi è un problema altrui.

tea party
foto_r o d n e y s m i t h

la riflessione cui questo post vorrebbe invitare tuttavia è sul cambio dell’ora della scorsa notte, l’unica notte dell’anno in cui realmente ci è concesso di rubare un’ora a quel ‘signore distratto’ che è il tempo.
solo questa notte.

e io vorrei solo un camino, un angolo caldo in cui indugiare meglio, non per indecisione ma per troppa lucidità.
mi viene in mente un mio amico che mi ripeteva sempre questo: ‘sono troppo lucido, e questo è un problema’. sorrido. sembra siano passati secoli dall’ultima volta che gliel'ho sentito dire.


finché non mi sveglio rendendomi conto che sono sciocchezze. 
fuori il vento gelido ha spazzato via quella leggera e a tratti facile speranza che le giornate di sole portano con se, al di là che poi fuori o dentro ci sia una qualche guerra.


ma torniamo a quell'ora in più: cos'è che ci fate voi? che ci avete fatto? o cos'è che ci farete?