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è dentro la pelle
in fondo al pensiero
dietro al respiro
sul terreno del battito

è alle spalle dello sguardo

è nel sogno,
nella notte che giunge
nel mattino che mi sveglia
nel profumo del mondo
nel mondo

stupore nella semplicità



ti osservo
mentre ogni altra cosa tace nell’istante in cui i miei occhi ti entrano nella pelle
nel pensiero e nel mare dietro ai tuoi occhi

non voglio un istante senza quest’oceano che mi inonda l’anima
che la fa tremare nello zampillo di un’onda che s’è fermata in una spuma infinita

non voglio un istante senza l’odore familiare del rifugio nella notte
senza la pelle calda che accarezza ogni mio desiderio

e la vita appare come il prato immenso che si osserva da un’altalena sul mondo


foto_arno rafael minkkinen

c a n n e l l a


disordine stasera, un pò di noia e pasticci.

l’aria è densa e non si lascia respirare.

mi siedo e osservo il forno acceso, l'odore di cannella gira per tutta la cucina, e io potrei stare ore in questa posizione.

ti cerco ancora, a volte, non per nostalgia, non per desiderio e non per rimpianto, ma per l’immagine nel suo complesso
per la luce dello sguardo verso l’orizzonte, unico nel fendere lo spazio 
per la geometria delle labbra, per la linea perfetta degli occhi, per il loro sapore diafano, la loro consistenza quasi fluida, vitrea, fiabesca, la loro profondità esatta. 
per l’arco delle ciglia chiuse come una morbida e sinuosa balestra a riposo, tesa all’infinito dell’armonia di un volto
per la piega nascosta della cicatrice sul sopracciglio sinistro

per il calore della presenza e l’importanza dell’ombra ristoratrice
per l’odore di qualcosa di familiare 
per il ricordo della sensazione fresca e profumata della pelle sulla pelle
per il riposo condiviso e la veglia attenta nel corso degli anni 
per l’attesa, per i sogni raccontati, la rabbia dei pugni chiusi e l‘utopia delle grandi visioni.

massive attack_w h a t Y O U R s o u l S I N G S

il tempo, da qualche parte, in un qualche momento, deve essersi fermato e io non l’ho saputo. non riesco a trovare quell’attimo, cerco invano tra i miei ricordi e il mio tempo distratto per scartare quella pagina che è rimasta incastrata alla successiva senza che io la potessi leggere.

din.

il forno.

seta


non c’è più niente.
a questo penso spesso gli ultimi giorni.

solo una serenità semplice, un semplice disincanto. 
nuovo.

il tempo passato non riesco a percepirlo. il tempo cercato, il tempo rincorso, il tempo trovato, il tempo creato, il tempo reinventato. Non riesco a pensare quanto tutto sia lontano, quanto io sia lontana da tutto quello che sono stata, dalle cose che ho visto, che ho sentito. 
lontana dai profumi, dai pensieri raggomitolati sul tempo rubato, rubato al solito.


strana la sensazione di farsi bastare, la sensazione di lasciarsi andare alle cose, nelle cose, a una diversa deriva, senza parlare, senza aspettare, senza rincorrere un qualcosa, un qualcuno. 
strana la leggerezza all'abbandono del superfluo, di tutto ciò che non serve più sentire, più sapere, più dire.


ma questa essenzialità, questa energia che viaggia in quest’aria che rinasce lentamente, mi fa sorridere.
piove ancora ma dopo tanto tempo ieri sera l'ho sentito, il desiderio.
il brivido che lega i capelli alle caviglie passando per la schiena come una lama sottile che d'improvviso non è più sopra la pelle ma dentro la carne
la danza che non è fuori ma tra le trame delle fibre muscolari, come unguento caldo che chiama a sè, dentro e fuori dal centro.
la presenza, primitiva, che si muove e mi indossa come seta.


foto_a r n o r a f a e l m i n k k i n e n



Jimmy Page & Robert Plant with The Pharaoh's Egyptian Ensemble and Osaka Symphony Orchestra_k a s h m i r


ieri sera ero seta. ero sabbia rossa, vento tra le dune, onda che si frantuma, risacca. ero la tramontana tra le fronde. ero il profumo dell'eucalipto vicino al mare.

pausa. 

io, ora.

l' urlo


28.07.2012

Sento, come tutte le volte, la febbre, nell’anima. Non so che nome abbia. Assomiglia a una dolce tristezza.
Lasciare questa città non è più facile. Non per la città, probabilmente, ma per alcuni suoi luoghi.
Non qualcosa che viene da fuori, ma da dentro.
Il fiume caldo e lento e le luci, e il riflesso di un’umanità che si fa via via più complessa, tortuosa come il suo medievale, in cui anche l’odore di fogna con facilità si “alloca”.

E’ stato un mese giocoso e irriverente. 
Curioso, immaginarsi altro, tutte le volte. Divertente aggiungere luoghi e volti a un posto che si è imparato a considerare, a tratti, proprio. Nei tratti che non solo sono suoi propri,ma che non potrebbero essere altrimenti.

Mi sembra bello, ora, anche dolce, il sesso, come il latte alla mattina, e fuori l’afa.
Il blu del divano e Gilmour che canta.
Nessuna cosa al suo posto. Passeggiare tra le cose fuori posto come una bambina, lasciandole lì e scoprirne, come mine vaganti, un senso differente.
Un senso profumato di vino e zanzare e degli archi di Ponte Vecchio tremolanti nel riflesso sull’Arno.
Io mi trovo lì.
Appoggiata con la schiena sul dondolarsi del pelo dell’acqua sui muri. Lì dove tutto si perde e si frantuma, lì dove comincia il mondo a rovescio, mai a fuoco, mai uguale a sé, mai immobile, in fuga.Il rumore dell’acqua e il verde del prato, umido.
Umano, il desiderio.
Semplice e intimo, caldo, avvolgente.
Diversamente vicino, diversamente silenzioso.

Ne vale la pena se si riesce a fare l’amore in un certo modo.
Se è facile, se è onesto, accarezzarsi l’anima .
Circoscrivo certe notti e mi commuovo. Dentro di me il respiro dell’umanità tutta, corale e crescente. Sull’orlo di Comfortably numb, l’amplesso diventa un’esplosione dei sensi, il cullarsi del termine di ogni cosa, l’affacciarsi sull’acqua tremolante, e l’immergersi della carne tutta.
Bagnato e arcaico, lo sprofondare un abisso urlato e squarciato.

All’improvviso tutto muore, dolcemente.

Tranne l’urlo.