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assolo d'autore

la prima volta che ho sentito la chitarra di David Gilmour avevo 6 anni, "che ho sentito" nel senso "che ne ho ricordo".

é fatto certo infatti che ascolto Gilmour da quando ero nella pancia di mia madre, cosa che mi ha sempre fatto sentire fortunata, venire al mondo già coccolata per mesi dalla musica giusta.
ma questa é un'altra storia.


a sei anni la coscienza di ciò che si sta vivendo é ancora avvolta in un'aria diafana che tuttavia fa cogliere le cose con il cuore pulito, aperto e soprattutto libero.
e di questo se ne ha piena comprensione più tardi.

stasera a 32 anni ho visto cantare David Gilmour dal vivo, al Royal Albert Hall, una location d'eccezione che forse é stata quella più giusta, o almeno ora l'ho trovata molto giusta.

niente é stato differente da ciò che mi aspettavo, anche queste sono cose catalogabili come fortune.
é sempre quell'uomo e la sua chitarra, una distinta solitudine che poi é nell'assolo per cui si é fatto amare, per cui é rimasto sempre lo stesso.

e le fortune sono a volte trovare cose che mai sono cambiate, anche se il tempo é passato, anche se l'atmosfera grave dei concerti dei Pink Floyd che ricordo non c'é più. 
e mi é mancata, mi é mancato quel qualcosa per cui si sente a volte nostalgia.
non ci sono stati i bassi pesanti che arrivano nello stomaco, ma stasera ciò che vibrava era dalla vita in giù.
non poteva esserci Pulse, non poteva esserci il dolce controcanto di Wright.
ma c'é stato un suono più pulito e chiaro e una voce limpida che si staglia nelle orecchie con l'amore infinito di un ricordo che ci ha reso felice.


Pink Floyd, High Hopes


uno dei più grandi regali che io mi sia fatta é quello di stasera, é nell'essermi regalata anni di ricordi felici. la prima estate in cui ho visto il live a Venezia del 1989 e il ricordo preciso dell'istante in cui mi sono detta: io sempre ascoltero' suonare questi tizi, dopo the Great gig in the sky.
di quei tizi stasera ce n'era solo uno, ma resta la chitarra come una lama sottile di piacere e una voce che ascolto come si ascolta una certezza profonda.

stasera c'é stata la distanza giusta da cui vivere quell'assolo lasciandosene travolgere con il peso che si sceglie.
una particolare sensazione di liberta'.
e per questo Comfortably Numb é stata una chiusura perfetta.

fuori dalla ressa, almeno quella della carne.

non c'é voglia della ressa della carne se ci sono certe chitarre a suonare.

siamo invecchiati entrambi, insieme, anche queste son fortune.

e non vorrei neanche addormentarmi stasera, ma é particolarmente bello farlo, stasera.







torno a sud

cammino 
un sabato mattina che per pigrizia del mondo assomiglia a una domenica.
non schivo neanche i rami, carichi di fiori e di foglie.
sabato di giugno, sole e brezza leggera. 
magari, penso, dietro quel campanile c'è il mare.

e lo vedo, alla fine di Bridge street, il mare. riesco a vederlo benissimo e riesco a sentire il rumore dell’acqua.
vedo un caffè in piedi a un bancone di legno, scalza, con il fastidio familiare della sabbia tra le dita dei piedi.


all'improvviso sono ferma in quell'istante per cui delle cose che mancano a un certo punto si fa quella istantanea e allo stesso tempo infinita malattia, che si attacca alle catene del collo col dolore eterno di una madonna.

quella malattia si chiama sud
come una febbre che con coscienza si immischia nella testa con una sensazione fatalista, di destino ineffabile.

non ha durata, solo un malessere intimo e pungente che scava lo stomaco.

il sud, la finestra aperta verso il mare in lontananza e le cicale, la finestra avuta da sempre, come un diritto naturale che viene dall'appartenenza a un luogo.



ferdinando scianna_la finestra sul mare

Caeiro scrive: io ho la dimensione di ciò che vedo e non la dimensione della mia altezza.

mancato quel diritto oggi mi trovo senza quella dimensione, sdraiata come le ombre lunghe di questi luoghi, un pò più lontana dal cielo.

oggi il sud, il 
“bussare alle persiane di visioni” (camera a sud_v i n i c i o c a p o s s e l a), bussa come un miraggio.
sento come fiondarmi sul collo quella pena dell’anima cieca e sorda che si ciba dell’afa e dell’ora pesante al primo pomeriggio di agosto.
mi brucia la schiena e mi brucia la faccia. 
ho una goccia di sudore salata tra il naso e le labbra.
sono scalza, lino bianco sulle gambe, fresco, 
rialzato sulle cosce calde come il lastricato sotto il sole.

questa giornata finisce ora, con la febbre nell'intimità che pulsa come un desiderio irrefrenabile.
abbandonata, come la battigia sotto l’onda.
come l'aurora, pigra e languida come un risveglio senza fine, e come il seno nudo sdraiato sul letto alla sera.

colonna sonora della finestra di camera esposta a est a questa altitudine, con il sole, questa mattina di natale

colonna sonora della finestra di camera esposta a est 
a questa altitudine, con il sole, questa mattina di natale: 
come sopra.


morning sun_e d w a r d h o p p e r

























  e infine, se si dovesse fare tardi e non ci fosse più il sole ma avanza   ancora un pò di vino, lui è quello giusto












il panettone sotto l'albero

il 21 dicembre da sempre è un giorno abbastanza ‘interessante’ per dire 'oohhh è arrivato Natale!'.
non prima.
mancano tre giorni alla vigilia, non della festa - quella è una cosa personale - ma della sosta, per l’abbraccio e la condivisione. Natale come preparativo, come pausa, come scusa, come casa, come amici.
vigilia come una piccola lista di desideri, quella che scriviamo nella lettera indirizzata a noi, in verità. perché a una certa età, ognuno è il Babbo Natale di se stesso. Quindi:


Cara Ursula,
io sotto l’albero che vorrei - dove ci sarebbero appesi biscotti, caramelle, desideri, fotografie, una sciarpa, un cappello, dello zucchero filato, qualche stecca di cannella, un pò di uva passa, qualche ispirazione, qualche shilinuso qua e là, un pò di neve che non si scioglie, qualche ricordo, un pò di tempo perduto, una strada nuova - mi piacerebbe trovarci un pò di cose, che non sono grandi cose: piccoli pezzi di tempo, di bontà, di persone. 


frolla e stelle
foto_u r su l a b a s t a

bene, sotto quell'albero io vorrei un enorme panettone soffice e morbido e profumato, e dentro quel panettone ci vorrei trovare:

degli occhi nuovi per guardare bene e da più punti ogni giorno del prossimo anno
un sorriso per me e un altro per le persone, quelle che conosco e quelle che non conosco
un abbraccio ogni giorno, che duri almeno 20 secondi (che dice è il tempo giusto perchè un abbraccio faccia bene al cuore e al cervello)
una carezza mentre dormo, che venga anche da lontano
un bacio ogni giorno e uno sulla fronte alla mattina
una bottiglia di vino buono
del pane fresco e anche dei biscotti, che ce n’è sempre bisogno
un pò d’ispirazione ogni giorno
un pò di mare e un pò si sabbia tra le dita
un pò di fuocodinatale
lo sguardo, anche distratto, di chi amo
la condivisione, anche un pò di silenzio, ogni tanto
tanta empatia
qualche complimento, che, si sa, spesso è meglio di una stecca di cioccolata
una bevuta con gli amici
una chiacchierata in pigiama
un pò di leggerezza
qualche risata a crepapelle
dei bambini che giocano
il tempo giusto per me e per gli altri
un’attenzione in più, una cortesia, una gentilezza
una cioccolata calda
una sedia, per pensare e per sapere riposare e aspettare,
un pò di tempo e un abbraccio lungo, lunghissimo con qualche persona che non c’è più
sarebbe tanto quel tempo

sedia con albero_cambridge
foto_f r a n c e s c o l e v a n t i

sopra, il focolare verde per la contemplazione. 

il focolare di casa per ora sta dentro valigia, non come traghettatrice, ma come spazio misurato delle nostre cose che viaggiano.

passaggi

tutti abbiamo delle ragioni
per muoverci
io mi muovo

per tenere assieme le cose


mark strend_tenendo le cose assieme


oggi è il 1 dicembre, oggi accade il mio primo post dall’Inghilterra.
non ha forma ancora il pensiero o la coscienza del luogo, ma piano piano l’occhio circoscrive il freddo e i colori: il grigio del cielo, il verde brillante degli arbusti; i giganteschi alberi; le cappelle gotiche agli incroci di una qualsiasi strada; i volti qualsiasi del posto qualsiasi nel caffè qualsiasi.




cambridge, passaggi
foto_u r s u l a b a s t a


lo sguardo circoscrive l’aria intorno alla marcia verso il nuovo. E in questo qualsiasi sta il carattere nuovo di ora: l’indifferenza salvifica, l’indefinizione feconda.

il colore di questi giorni è rosso, rosso come le cabine telefoniche, rosso come le bacche, rosso come le porte laccate delle case, quello che non ti aspetteresti arrivare da una quinta di villette tutte uguali, mattoni e vialetti, finestre bianche e tetti appuntiti.

elizabeth gadd photography_breathe

ieri abbiamo visto il sole per la prima volta da quando siamo partiti, un sole basso, un sole pomeridiano, stanco, lontano.
c'è stato poco tempo per pensare, per scrivere, per elaborare, ma è presto per farlo.
il tempo che è stato è per i biscotti al burro salato, il tè, il porridge, cose fumanti, di profumi e di calore, di pausa nel passaggio, di preparazione all'incontro.

sono nuova anch’io qui, “so avere lo stupore essenziale che avrebbe un bambino se nel nascere, si accorgesse che è nato davvero”.

non so se questo sia il mio posto, perchè in realtà penso che ognuno di noi si porti dietro moltitudini di individui, e ognuna ha un suo luogo che lo aspetta nel mondo. Non so neanche se un posto solo possa soddisfare il desiderio di vivere sempre altrove, se esiste una parte tra quelle moltitudini che spinge altrove sempre, o se, alla fine, sopraggiunge l’amore verso un luogo solo. so che uno diventa quel che ha visto e quel potenziale resta la più grande delle ambizioni personali che ognuno sente verso di sè.


dobbiamo fare:
dell’interruzione,
un nuovo cammino,
della caduta,
un passo di danza,
della paura,
una scala,
del sogno,
un ponte,
del bisogno,
un incontro_
fernando pessoa

portare a spasso le proprie radici: qualcosa di più che un viaggio soltanto, qualcosa di più che una sosta.

c'era una volta in Carfizzi

<< Chiedo venia per la presunzione! Forse dopo il paragrafo:
“ non mi piace che l’informazione che passa sia unicamente quella che racconta solo quello che resta, anche perchè per comprendere ciò che resta bisogna conoscere quello che c’era, raccontarlo, parlarne..”

Andava aggiunto in corsivo “C’era educazione, rispetto, modestia e pudicizia; c’era armonia, fraternità, disponibilità e cooperazione; c’era la pace, pur in tempo di guerra!”
(da ‘C’era una volta in Carfizzi’ di zio Enzo Rizzuto)>>.

questo voleva essere il commento lasciato da mio zio Enzo Rizzuto, al mio post di un paese che scompare.
questa è diventata l’occasione, ora, per aggiungere alle mie parole su quel che poteva esserci del paese, le sue di quel che veramente c’era. e io vorrei cogliere l’occasione per far leggere a tutti il paese che era, le sue case e le sue persone, le sue parole e le sue pietre, i mestieri, povertà e racconti, silenzi e profumi.
perchè questo fan le parole: raccontano, incantano, accendono mondi.


C’era una volta in Carfizzi, di Enzo Rizzuto

C’era una bella chiesa a tre navate, col suo classico campanile, intorno alla quale, in tre direttrici, orbitavano tutte imbiancate a calce, piccole casette prospicienti strette viuzze, tal che a vedersi era spontaneo comparare il tutto ad un lillipuziano paese da fiaba.

C’era, gradito all'orecchio, l’aritmico zoccolio, che all'alba ed al tramonto d’ogni dì, facean le lunghe fila d’asini nel calcar gli sdrucciolevoli acciottolati della “Cona” della “Vascialia” e del “Palacco”.

C’era il mietitore, inguainato in un largo, lungo e bianco camisaccio di tela di lino, dalle dita incannulate, con in testa, a far da cappello, un variopinto fazzoletto con i quattro angoli annodati, che grondante sudore ed allegro ad un tempo, jermitava con l’arcuata falce le turgide e nere spighe di grano duro, pago di questa magra e spesso unica ricompensa per un intero anno di dura fatica.

C’era il calzolaio (non il ciabattino) esperto nel fabbricar artigianalmente scarponi chiodati, ad operar seduto ad un lato del quadrato bischetto, sempre attorniato da un nugolo di apprendisti; chi intento ad incerar spago, chi a raddrizzar chiodini, chi a batter suola, chi ad affilar trincetti e chi, d’estate con un ventaglio intento ad arear il “Mastro” e da lui tener lontano le noiose mosche, badando però a non prendersi nello stomaco le gomitate o i pugni del “Mastro” stesso nell'atto in cui, cucendo, a due mani lo spago tira.

C’era l’incomprensibile vociar degli avvinazzati, proveniente dalla cantina dove, pur essendo “vietato l’incrocco”, hanno egualmente giocato al padrone e sotto, a volte sganasciandosi in risate, a volte provocando qualche rissa, spesso sedata da malcapitati pacieri.

C’era penuria di vino, lusso per pochi, desiderio per molti, per cui, gradita ed attesa occasione d’incontro tra amici e compari, era l’inveterata usanza d’approntare, in ogni famiglia, nel dì dell’uccisione del domestico maiale, un’agape agreste, destinata a finire con la generale sbronza dei conviviali, l’unica in grado d’appagar la loro antica arsura, e da loro tener temporaneamente lontane le tristezze del ieri  e del domani.

C’era penuria di acqua potabile, reperibile in poche sorgenti, site nei boschi che fan da verde corona all'abitato urbano; E malinconico a vedersi C’era al pomeriggio il frettoloso rientro delle massaie provenienti dalle fonti con i barili di legno legati a corda, proprio là dove la schiena cambia nome, che sudate e mute, s’adoperano a raggiunger casa al più presto, per approntare il desinare al marito ed ai figli, lì lì per rientrare dai campi.

C’era, quasi mitica parca la nonnina che con la conocchia  sotto l’ascella, filava il lino che in autunno, avea cardato ed impupato, dopo che il marito o il figlio col rustico mangano, sgusciandolo dall'originario legnoso involucro, trasformato l’avea in tessil fibra.

C’era la donzelletta seduta fuori dall'uscio di casa, d’estate intenta ad intrecciar canestri di paglia; e ad arabescarli d’amaranto e verde scarabeo per intonarli con le coperte di lino e lana che, d’inverno, avea tessuto sul telaio antico, all'antica maniera delle avole a lei tramandata, sperando di perpetuare gelose tradizioni.

C’era , alla vigilia di ogni matrimonio il tradizional ballo dell’addio  al nubilato, organizzato in casa della futura sposa; rara occasione d’incontro per altri platonici amanti, costretti a vedersi sol da lontano, ed a colloquiar con gesti da mimico linguaggio, diverso per ogni coppia perché non appreso su formulari o testi didattici per sordomuti, ma da essi soli inventato a guisa di segreto cifrario.

C’era il bimbo, che correndo scalzo, inseguiva un vecchio, arrugginito e rumoroso cerchio di bicicletta o che si soffermava a giocar con i coetanei alle trottole di legno; ai bottoni; a battimuro od allo squiglio.

C’era il giovinetto che giocava in piazza con gli amici, calciando una palla di stracci o un rattoppato pallone di rugoso cuoio, nuovamente rompendo il già lesionato vetro di una tarlata finestrucola, provocando così l’isterica reazione della massaia, le cui stridule gridate richiamavan all'assemblaggio gli astanti, a curiosar votati come divario alla noiosa inerzia, provocata dal non succedere mai nulla di nuovo.

C’era, al pomeriggio, sul ballatoio antistante l’Ufficio Postale, un raggruppamento di persone intento a ricommentare i soliti avvenimenti ed a spettegolar di tutto, nell’attesa che, senza fretta alcuna il procaccia arrivasse dal bivio , con i sacchi della posta infilati nelle capaci tasche della bisaccia, inarcata sul basto di una placida asinella.

C’era per rompere il solito tran-tran di tanto in tanto, applaudito dall'intera incantata popolazione, l’esibizione in piazza di una zingaresca Compagnia di prosa, che facea immancabilmente gli spettatori traslare dalle lacrime provocate da lagnosi drammoni romantici alle lacrime da risate, dalla comicità delle farse finali suscitate.

C’era la lucerna ad olio col suo sfrigolante stoppino ; il lume a petrolio e la lampada ad acetilene con i loro maleodoranti effluvi.

C’era un mulino dalle mole di pietra azionato a vapore ed un frantoio oleario a torchio.

C’era una sola automobile, due motociclette, tre biciclette.

C’era , prelibato per rusticani palati, il liquore marca Gemma, il Triplesec ed il famosissimo ricercato Doppio Kkuummeell.

C’era educazione, rispetto, modestia e pudicizia.

C’era armonia, fraternità, disponibilità, cooperazione.

C’era la discarica delle immondizie dislocata quasi in piazza; la malaria, la tubercolosi ed anche la fame.

C’era la pace, pur in tempo di guerra !
Per chi ha vissuto quello, ad un tempo aureo e plumbeo periodo, ora c’è solo un po’ di nostalgia; fra non molto ci sarà  l’oblio.



questo è un omaggio a una persona che ha conosciuto profondamente Carfizzi; che l’ha vissuto, visto cambiare, saputo raccontare, ai grandi e ai piccoli, anche oggi, che sembra siano passati secoli dalle sue parole.
una persona che da sempre, per me, è stato ‘il racconto’, di tutte le cose di cui ho ricordo, dalle favole alla storia, dalla matematica alla filosofia, agli indovinelli, alle parole, alla loro magia, ai loro mondi, ai loro perchè.


Carfizzi
P.za Tassone ex P.za Marconi
Carfizzi
P.za Tassone ex P.za Marconi vista dalla Croce

parla di un altro tempo, certamente, e lo fa con un altro tempo. ma la magia è in quell’attimo in cui quel tempo ritorna, la magia è crederci ancora; è, per me, sentirmi sempre la bambina che corre nella corte, si perde nei quadri, li numera, prende nota dei colori e delle cornici, si attacca ai titoli dei libri nello studio, tempera le matite per poi rimetterle nel portapenne sopra la scrivania.
il tempo è in quel temperare, tirare a nuovo lo strumento della scrittura, per eludere i giorni, gli anni e sfuggirne, nel racconto.


foto_f e r d i n a n d o s c i a n n a


foto_f e r d i n a n d o s c i a n n a



le foto di Carfizzi in alto sono tratte dal sito mondoarberesco di Enrico Ferraro

se un giorno è caduto è caduto per caso

queste son parole che hanno aspettato tanto per essere qui oggi che è più o meno un giorno come gli altri se un giorno è caduto, lui è caduto per caso.
ma il dolore e le paure hanno anch'essi bisogno di cure e di una casa, come le favole e il riposo.
i volti hanno anch'essi il desiderio di essere accarezzati dolcemente nel ricordo di chi resta, nella veglia di chi, a modo suo, prega 
perché per chi se n'è andato e non tornerà,
qualcuno c'è che sarà sempre dalla stessa parte,
con le mani piene o con niente che alla fine conti più di tanto.
qualcuno ci sarà per cui il tempo non sarà mai passato,
per cui le parole basta ricordarle per tenerne stretto il ricordo.
le strade si dividono 
ma qualcuno ci sarà a portarsi dietro il pezzo mancante, e a rimetterlo nel posto giusto quando verrà il momento



27 agosto 2007

Dalla mia veranda riesco a vedere tutto il paese al di là del bosco.
Tante case aggrovigliate in un tetris silenzioso, e dondolantesi sulle voci portate dal vento. Riecheggiano per tutte le vie, insieme alle grida di quei bambini che dentro di noi ancora giocano, alle volte.
Tante le finestre che da qui riesco a scorgere, chiuse, contro l’ultimo sole di questa estate che silenziosa ci osserva a testa bassa, sconfitta dal lutto di sempre. E forse, dietro ad ognuna di quelle finestre, vi è l’intimità del dolore di ciascuno di noi.

Il mondo s’è fermato in un giorno.
Tutto è un’immagine vivida, tagliente, un susseguirsi di immagini, dorate come l’estate, che scompaiono e si dissolvono in un istante, in un battito confuso. 
Nascono e muoiono ripetutamente, si autodistruggono, doloranti e sanguinanti.

E ora cosa rimane.
Solo la sensazione ancora viva sulla mia pelle del caldo insopportabile di quelle giornate, delle cose e del farsi delle cose di quei giorni.
L’afa estiva e le zanzare
Motta, 
il brusio incessante degli insetti nelle stalle
l’odore intenso di umidità antica e fredda nella stanza con la volta intonacata e il brivido che ancora oggi l’accompagna
il forte odore di polvere, accecante, dentro i raggi del sole che entrano dentro le stalle.
Nella mia mente gli ulivi, le campagne coperte di grano bruciato dal sole.
Il caldo, ancora e ancora.
Il rumore dello svolazzare dei piccioni nella corte, in una prospettiva dinamica e rituale.
Il crepitio delle foglie secche e, ovunque, il canto delle cicale, ovunque, muro di suono incessante e persistente. Culla i miei pensieri e scandisce il ritmo delle mie giornate meridionali.
Tranne per una volta, un attimo, in cui anche le cicale hanno smesso di cantare, lasciando che il vuoto pervada ogni cosa, corrodendola dall'interno, ammalandola col nulla, con la paura nella mente, la pazzia e la rabbia. Un dolore silenzioso e solitario che trascina in un abisso nero come la notte più cupa, senza speranza, senza niente. 
Un dolore muto, le grida cave.
I sogni come nuvole di un istante.

Ogni ricordo sembra non possa più parlare, e s’infrange nella miriade di pensieri che confondono la volontà di tenere legate alla coscienza le cose che ho visto e sentito, le cose che ho imparato.

Certi giorni non sembrano neanche più ricordi.
Nella notte, qualche immagine frettolosa e cristallizzata sembra appartenere al futuro, un futuro surreale e roseo, inesistente in realtà.

Preludio e promessa.



l'aquilone domenicale

il sogno è una barca che si allontana lentamente
ingoiata dal sole del tramonto

la fuga è un labirinto di vicoli stretti
di pietra e calce bianca
di porte ritagliate nei muri bassi
di strade acciottolate piene della luce del riflesso delle case

la soglia è un portico sul mare azzurro
è l’aria dentro il tuffo nel mare immenso
è una chiesa antica piena di luce
è il numero felice che conosci e incontri nel passaggio



Storm Thorgerson
Cranberries, Wake Up and Smell the Coffee 


l’approdo è il sorriso nel volto dell’attesa
è l’acqua del mare che accarezza i tuoi piedi
è il momento in cui sapere altro fondamentalmente non ha importanza
è il posto giusto, lieve e leggero nel profondo
in cui l’animo assomiglia all’ aquilone nelle mani di te bambino

nell’aria dolce e gentile del risveglio nel mattino domenicale