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l'importante è congelare bene


tre giorni di una pausa a casa comprendono 42 ore di viaggio se qualcosa va storto, questo lo abbiamo imparato.

ritorno il venerdì in una Cambridge innevata come risvegliata da un lungo sonno in cui la primavera è già accaduta.

il cibo in cucina, il resto in camera, come sempre da anni.

e come sempre in valigia resta ancora qualcosa legato alla stagione del viaggio, d'inverno è il fumo del focolare e quello delle sigarette dei miei genitori, incastrati nella lana dei maglioni.

quello va in lavatrice, in un processo di semi-azzeramento degli odori.


...mi faccio un caffè.


la valigia è aperta a terra, manca giusto da mettere a posto qualcosina e mettere ordine nel tempo e nello spazio concentrati tra questa e ciò che sta attorno.
spazio con una certa densità, di intenti e aspettative e ordine.
e un tempo particolare, sospeso e in movimento tra le ore del giorno e i tempi delle settimane.
è un tempo vuoto, vuoto come un grande ventre che si prepara a un'accoglienza e a un grembo.
un grande vuoto contenuto in uno spazio più grande, preciso e definito, conosciuto, di cui la valigia fa da pelle.

è una pelle importante nel momento del ritorno. 

anche quando a un certo punto riempire gli spazi non diventa più necessario e definirli non è più importante.



per riempire gli spazi
per calmare il dolore
l' apertura è una frase
il silenzio una porta

...

per riempire gli spazi
per gestire gli spazi
per capire gli spazi
per non dire più spazi




i ritorni - lo abbiamo imparato - rimescolano le cose, confondono l'ordine delle giornate. prendono in prestito tempi diversi che vengono da altri momenti della vita. 
a volte sono i tempi dei cinque anni e a volte sono i tempi dell'adolescenza, o semplicemente quelli di un'estate in cui per la prima volta si è stati in una spiaggia diversa.

il disordine immediato al viaggio di ritorno è inversamente proporzionale al tempo speso a casa, anche questo abbiamo imparato.
a volte dipende semplicemente dal cielo che troviamo: grigio come le serate invernali a sette anni, in cui l'umidità per le strade era meno rumorosa perché c'erano più voci per le vie a rompere il ticchettio della pioggia o azzurro come i primi cieli estivi di giugno, quando tutti aspettavamo l'estate che sarebbe arrivata, grandiosa e invincibile, come sempre.

i ritorni sono processi che bisogna gestire in un certo modo, preciso e metodico, mettendo ordine lasciando i giusti spazi per il caos emotivo, che è un caos sano, liberatorio e ricreativo.
è come il pane che porto sempre da casa, da affettare e congelare: il taglio è preciso, delle sue fette perfette non si sbriciola niente, queste si potrebbero riattaccare insieme e si otterrebbe lo stesso pane da cui si è partiti. ma se si vogliono consumare facilmente bisogna congelarle insieme badando di lasciare dello spazio tra l'una e l'altra perché non si attacchino tra di loro.



nei ritorni l'importante è conservare e congelare bene.



Partire è tornare, una serata per raccontare altri ritorni

«Perché mai siete allora lì in sella, e cavalcate per terre pestifere incontro ai cani infedeli?» 
Il marchese sorride: « Per ritornare...» 

da La ballata su l'amore e su la morte dell'alfiere Cristoforo Rilke di Rainer Maria Rilke






'Partire è tornare' è il titolo della manifestazione che Carfizzi ha ospitato il 17 agosto. una serata che ha parlato di emigrazione, di viaggi, di partenze e ritorni, con la volontà di cominciare a raccontarsi per vivere altri ritorni te hora, insieme. 


ph Andrea Lidonnici


da PensieriParole <https://www.pensieriparole.it/aforismi/frasi-citazioni-viaggi-vacanze/frase-86861>
una serata magnifica, con uno scenario reso magico dai colori delle coperte al telaio su ogni sfondo della piazza, stese contro le luci calde di un tramonto di agosto. 
e poi le ruote delle cohe delle bambine che vi hanno danzato al centro, i musicisti arrivati all'improvviso dai vicoli attorno la piazza: uno strumento per vicolo e gli occhi sognanti dei presenti a cercarli tra la folla. 



ph Andrea Lidonnici

per un attimo molto lungo siamo tornati tutti bambini in qualche modo.


ph Andrea Lidonnici

ph Andrea Lidonnici

ph Andrea Lidonnici


questi sono stati gli incontri di quella sera e la sorpresa pensata e regalata ai presenti, come una bellezza che è nostra e che parla del nostro senso di appartenenza a questo paese, di quello che siamo e che siamo stati.
una serata resa possibile dalla Consigliera di Parità della Regione Calabria Antonietta Stumpo, la Consigliera del Comune di Carfizzi Giovanna Macri e il Sindaco di Carfizzi Carmine Maio, e che ha visto la presenza dell'ambasciatrice del Kosovo Alma Lama e di Mario Bellizzi, che ha introdotto la seconda parte della serata.

Partire è restare’ ha parlato per lo più con voci femminili, voci legate al paese da sempre, per storia familiare o semplicemente per caso o scelta. donne che sono partite, a volte tornate, e che continuano ciclicamente a partire e tornare. donne che hanno imparato ad amare questo luogo, nel tempo, trovandovi una forza e una dignità superiore, una fermezza, un posto rivelatosi insostituibile.
e in piazza c’erano anche le donne che sempre sono restate, quelle che hanno tenuto i focolari accesi quando gli uomini sono partiti. quelle che custodiscono quelle stesse coperte come il vero tesoro di Carfizzi che è la loro memoria. 
donne che hanno avuto voglia di raccontarsi e di raccontare una storia alle persone. di raccontare l’altra hora che si è sparsa al di là della Lucarela, una piccola fontana naturale al limite del paese oltre la quale, come dice mia nonna, ci si poteva poi dimenticare del paese stesso, degli affetti e delle persone.
<< Këto burra ç' vejin te Merika, pijin ujië te Lucarela e harrohëshin ka shoqiat >>..ma questa è già un'altra storia.

queste due realtà, queste due hore vogliono raccontarsi e devono imparare a farlo, perché si superi il senso di abbandono dopo le partenze da parte di chi resta e di chi parte.

sono storie che raccontano Carfizzi come terra eccellente di migranti da secoli, una terra che è mobile, come tutta la terra calabra. mobile per territorio e per caratteristiche geologiche e mobile per la gente che se ne va, ma che mai parte in verità e mai torna, e che rafforza un mio pensiero costante: la gente sempre finisce con l'assomigliare al posto da cui viene. 
sono anche e soprattutto storie di sud, di sentimenti di sud: di nostalgia, di caos e di disordine. è un mondo di cui se ne parla poco, da sempre, e in un modo non corretto fino in fondo. 

e le coperte non sono un caso, chiaramente. 





"C’è un riserbo particolare nel modo in cui le donne più anziane guardano e sfiorano con le mani le lenzuola, le stirano, le ripongono, le piegano; una pudicizia antica che si addentra fin nella trama del tessuto, che sia il morbido cotone o il lino più ostico dei coprimaterassi.
Quella pudicizia ha un profumo particolare, che è quello del tempo che mai passa, il tempo cui resiste il lino, cui resiste anche il ricamo, cui resistono i fiori intelaiati secondo un disegno antico.
Ordito, una parola che racchiude l’incanto dell’inizio e l'architettura di un ordine, affinchè il disegno possa incominciare.
In una coperta al telaio vi è un mondo, un mondo pensato, studiato, misurato, fin nel dettaglio; un mondo che viene dalla terra; il mondo dei colori, di una gerarchia precisa; un mondo di suoni e parole che più non esistono, che più non si dicono.Qui sta una parte della bellezza di Carfizzi. Una bellezza che nasce dalle mani di donne che sanno, che vedono, che insegnano, che aspettano, che lavorano, che disegnano, che sognano, che osservano", 


e in questa serata si è inserita la presentazione del mio libro, il cui titolo peraltro ne è stato la stessa traccia, un libro che in fondo non sarebbe mai nato senza queste donne e senza le persone che ho incontrato nel mio percorso. come non sarebbe mai nato fuori da Carfizzi, perché questa storia, la mia storia, parte da qui, passa da Firenze dove ho vissuto a lungo e arriva in Inghilterra, dove attualmente vivo.
io per ora sono tra queste partenze e questi ritorni. 

partire è restare, ritornare è restare.
e noi partiamo per ritornare, viaggiamo per re-incontrarci e per ricreare degli spazi in cui ci ricordiamo da dove veniamo. e quel ricordo ci tiene uniti.
ritorniamo in vuoti che hanno bisogno di essere riempiti ma che in quanto vuoti danno ancora la possibilità di essere reinventati senza essere travolti da scelte lontane da quello che i luoghi in realtà sono. questi vuoti danno ancora la possibilità di operare delle scelte sul territorio.
abbiamo una responsabilità nei confronti nostri e degli altri che è la memoria, e abbiamo una responsabilità nei confronti della nostra storia e di questo paese, che ha bisogno di essere percorso nel cuore più antico per essere compreso, per immaginarsi una storia diversa da quella di oggi. la nostra storia ha bisogno di essere narrata e resa attuale, con il linguaggio che i suoi luoghi hanno da sempre.

questa serata vorrebbe essere in realtà l’inizio di un percorso di idee e di iniziative che vedono tutti tornare per festeggiarci, narrarci ancora e di nuovo, in un modo che inviti altre persone a visitare questi posti, per sentirne parlare anche con parole nuove. e in questo senso si è rivelata già una direzione, una voce coerente e sincera che spontaneamente ha abbracciato la nostra voglia di parlare di noi, di quello che siamo stati, che siamo e che vogliamo essere, soprattutto, come l'espressione di una volontà condivisa, da tutti. 



questo desiderio quella sera ha riunito tutti con un'attenzione che a tratti è stata pura magia.



Carfizzi diventa sempre più piccolo è vero, ma sarebbe un peccato che scomparisse senza la coscienza e la consapevolezza dell'enorme patrimonio umano e culturale che c'è e che è qui, custodito da persone che ancora fanno tanto per il luogo, per i bambini, per tutti noi. 


ph Andrea Lidonnici


infine questo libro comincia con delle parole importanti, che sono partire e destino. 
e un noi, corale, che si rivolge a un popolo intero che parte da sempre, e si chiede dunque perché dovrebbe smettere, un giorno. 
o come sarebbe il mondo il quel momento in cui non diventa più necessario partire. 
probabilmente non riusciamo neanche a immaginarlo, ma riusciamo a immaginare di ri-tornare al punto di partenza, per chiudere il cerchio, te hora, che diventa il punto verso cui si finisce per tornare sempre. lo pensiamo tutti, o almeno tutte le persone che io ho incontrato durante questo percorso, al di là del posto da cui sono partite. 
e quella sera questo pensiero, questo desiderio era nella mente e nel cuore soprattutto di tutti i presenti.











la partenza nel ritorno

un post differente questo di oggi.

un post per dire che il mio piccolo grande libro, il mio racconto, è uscito qualche giorno fa.

parlarne qui, in questo blog, dove tutto si è formato e sembra aver preso coscienza e forma, mi è sembrato facile, naturale.

questo, che è diventato un luogo per me, un punto di incontro soprattutto, è l'unico luogo che non si è spostato in questi anni.
l'unico luogo dove tutto si mescola per dare forma distinta alle cose, ai pensieri, per le parole.

mi sembrava quindi opportuno dire qui che questo libro nasce grazie alle persone che ho incontrato nel mio percorso, per cui certi pensieri hanno preso forma in un certo modo.

nasce grazie alle persone con cui ho condiviso i miei ultimi mesi a Carfizzi prima di partire per l'Inghilterra, che ho conosciuto in modi nuovi, con nuove cose.

in questo blog ci sono molti post che parlano del mio paese, è vero, e in ciascuno vi è qualcosa di unico, ma in ognuno vi è la fortuna della condivisione, della comunicazione, dell'ironia, vi è la fortuna delle persone.

Carfizzi scompare è vero, ma sarebbe un peccato che scomparisse senza la coscienza, senza la consapevolezza dell'enorme patrimonio umano, culturale che c'è, e che è lì, custodito da persone che ancora fanno tanto per il luogo, per i bambini, per tutti. 
persone che nella maggior parte dei casi stanno dietro le quinte.
questo libro è per loro perché non sarebbe lo stesso senza il loro aiuto prezioso, senza la loro presenza.
e non serve che faccia nomi, per noi non è mai stato essenziale.

quindi grazie.

un grazie del tutto speciale a Emilio Maio per le immagini, per la copertina.
grazie a lui tutto è stato all'improvviso più vicino, tutto ha acquisito un senso rotondo.

è stata, la nostra, una comunicazione naturale, silenziosa e delicata.
in questo progetto c'è anche questo dialogo, per chi sa leggerlo e scoprirlo.

La partenza nel ritorno è online, per ora dispinibile come ebook, ma presto anche in versione cartacea.








la clessidra del pesco

oggi abbiamo tagliato il pesco nel giardino di casa.
aveva la mia stessa età, piantato da mio nonno per un augurio, perchè fosse già qui nel momento in cui ci saremmo trasferiti a casa nuova per la prima volta.

ne è rimasto poco, a parte le radici, che non si vedono, mai; un anello spesso e la base del fusto, grossa quanto lo sarei io se fossi un albero di pesco invece che una persona.


foto_u r s u l a b a s t a


finiscono così le radici se il posto in cui crescono è sbagliato? se qualcuno sceglie per loro la terra sbagliata, così che distruggono il luogo che le ospita, non tessendo per esso la terra, per renderlo più forte?

penso a questo guardando questo pesco.



cercare l’amore
di more
per ore
da re
e
dare
per ore
manciate di more
dimore di me per amore

clessidra_carmine abate



la clessidra è nelle radici, che qui, ora, lentamente andranno seccandosi. ma le mie radici io le voglio immaginare come se fossero un prolungamento delle mie gambe, il punto di contatto più forte con la terra in cui cammino, che sia rossa e fragile, che sia nera e dura, che sia di sabbia, o di roccia, o di sottobosco, poco importa. 
quelle radici me le porto dietro, affinchè possano parlare, vedere il mondo, dal profondo, crescere insieme a me come in questi anni ha fatto questo pesco, proteggendomi ancora dai terremoti più profondi, senza che nessuno un giorno le possa tagliare, se non una forza più grande.

storm thorgerson_the widow


era di pesche, non di more. e il cesto era giallo, non violetto. 
la polpa soda e la superficie liscia.


l’ombra dei rami protegge ancora i miei occhi dal sole più entrante, disegna ancora di linee scure  l’ombra sull’intonaco bianco. 
rughe sul volto, linee del tempo che passa, linee di vita che si allarga, guardando a una porzione di cielo più grande.

costruiamo collane

C’è un riserbo particolare nel modo in cui le donne più anziane guardano e sfiorano con le mani le lenzuola, le stirano, le ripongono, le piegano; una pudicizia antica che si addentra fin nella trama del tessuto, che sia il morbido cotone o il lino più ostico dei coprimaterassi.


foto_u r s u l a b a s t a

Quella pudicizia ha un profumo particolare, che è quello del tempo che mai passa, il tempo cui resiste il lino, cui resiste anche il ricamo, cui resistono i fiori intelaiati secondo un disegno antico.





coperte al telaio_c a r f i z z i
foto_ u r s u l a b a s t a

Ordito, una parola che racchiude l’incanto dell’inizio e l'architettura di un ordine, affinchè il disegno possa incominciare.


In una coperta al telaio vi è un mondo, un mondo pensato, studiato, misurato, fin nel dettaglio; un mondo che viene dalla terra; il mondo dei colori, di una gerarchia precisa; un mondo di suoni e parole che più non esistono, che più non si dicono.


coperte al telaio_c a r f i z z i_dettagli
foto_ u r s u l a b a s t a


Qui sta una parte della bellezza di Carfizzi. Una bellezza che nasce dalle mani di donne che sanno, che vedono, che insegnano, che aspettano, che lavorano, che disegnano, che sognano, che osservano.


donne al telaio_c a r f i z z i
mostra fotografica permanente_comune di carfizzi
Di queste donne ne son rimaste poche. Ma basta un cenno per far sì che nel racconto le loro mani comincino a disegnare nell’aria il movimento antico, parlando una lingua che non esiste più, urlando ancora la rabbia della rinuncia al lavoro bello per correre nei campi nella necessità, l’ingiustizia di una coperta andata senza merito a qualche sorella o, peggio ancora, a qualche cognata che non parla neanche l’arbëresh.
Soprattutto quelle mani parlano del momento della tessitura che riuniva in una sola casa più donne, che spostava quelle che non possedevano un telaio nelle case invece in cui ve n’era uno, ricche dimore.
Parla di cooperazione, di scambio. Femminile.

Carfizzi è stato un paese per cui quasi ogni casa possedeva un telaio, possedeva ori preziosi che, come le coperte, narrano una bellezza antica. Raccontano dei colori delle case, delle fantasie di queste donne, delle radici con cui coloravano i tessuti, una storia lunga, che parte dai campi di lino.


fase di lavorazione del lino
foto tratta da un filmato storico su carfizzi realizzato  da andrea falbo_anno 1940 ca

Mia nonna apre il baule con un sentimento complesso, un misto di orgoglio per il tesoro prezioso, custodito gelosamente negli anni, di nostalgia per il mondo emerso da un tempo lontano, di piccoli e tenui dolori intrisi di vuoti familiari, di silenzi e di frastuoni. E mentre mi fa vedere le sue coperte sembra perdersi nei ricordi di quel tempo, nella strada che và da casa alla campagna, nei ritmi di giornate lontane. Parlando una lingua a me quasi del tutto sconosciuta, muove le mani per spiegarmi il lavoro, per farmelo vedere. Poi all'improvviso si ferma e mi guarda, dicendomi "Me lo ricordo ancora, era bello quel rumore ad aprile e a maggio..non si sentiva altro che il tucchetucche-tucchetucche nelle case..e anche casa nostra era piena di donne che venivano a cucire, a chiedere consiglio, a chiedere il disegno, a chiedere una mano, a guardare e basta. Ma quello era un altro mondo. C’era fame e tanta miseria. Ma c'era anche questo".



Io mi chiedo ora dove sia quel tempo, dove siano quelle donne. Mi chiedo quando è stato il momento in cui si è pensato che costruire insieme la bellezza non fosse poi così importante.

In merito, una riflessione di Francesco Piccolo relativamente al complesso rapporto tra bellezza, economia e comunità, che poi così complesso alla fine non è.

“Noi pensiamo sempre che c’è stato un passato migliore, in cui le persone si occupavano, tutte, di questioni importanti. Pensiamo che siano i nostri tempi a essere superficiali, perduti. E’ questa certezza che ha reso saldo il nostro istinto reazionario, in qualsiasi spazio di vita. Era meglio prima.
Gli uomini primitivi, quando arrivava la luce del giorno, uscivano dalle caverne e rischiavano la vita anche per procurarsi coralli per fare collane. Rischiavano allo stesso modo, sia per la sopravvivenza sia per la vanità. La superficialità ha diritto di esistere, quanto la profondità. La vita politica, la vita contemplativa e la vita dedita ai piaceri sono sempre esistite contemporaneamente, e la capacità di farle convivere è il compito di ogni individuo e di ogni comunità”.

Una riflessione tonda, da cui scaturisce una verità e soprattutto l'idea della possibilità di un futuro: le piccole realtà come quella di Carfizzi non possono sperare di salvarsi con la macroeconomia, ma hanno forse una possibilità nel recupero delle attività culturali legate alla bellezza e a quello che può essere in qualche modo considerato effimero, altrettanto necessarie all’umanità,come avevano ben compreso gli uomini primitivi.



pleiadi

che poi  resta poco, il cielo tra le fronde, il silenzio, l’odore dei primi camini accesi per le strade vuote, la condensa sui vetri delle finestre chiuse.
il vento, le nuvole e la sera senza luna, che tornando a casa tradisce un gruppo di stelle lontane che non ricordi di aver già visto.
charlie brown
‘quelle sono le pleiadi, e quella è alcyone’.
le sette sorelle figlie di Atlante che si suicidarono dopo la morte delle loro sorelle.

recitare D’Annunzio da vent’anni e trovarsi una fantasia antica dentro il cielo di una sera qualsiasi.
prendere un sedia e semplicemente sedercisi di fronte, contare le stelle e scoprire che osservandole con pazienza ve ne sono altre che appaiono come per magia, come se qualcuno le avesse chiamate all'improvviso, quasi nascoste al primo sguardo, al buio più incerto, che per esser viste bisogna che ci si addentri nella notte più nera. 


S'alza in cielo ora la Croce del Sud
Notte alta io avanzo da solo
Fino ai confini delle Pleiadi
Fino agli estremi confini del mare

Ma io non ti dico tutto, con Te consigliati in cuore

E da te stesso scegli la via



vinicio capossela


che ci son troppe cose da vedere, e il mondo è un posto grande, ma fortunate sono quelle sere in cui non si vorrebbe essere da nessun’altra parte.








c'era una volta in Carfizzi

<< Chiedo venia per la presunzione! Forse dopo il paragrafo:
“ non mi piace che l’informazione che passa sia unicamente quella che racconta solo quello che resta, anche perchè per comprendere ciò che resta bisogna conoscere quello che c’era, raccontarlo, parlarne..”

Andava aggiunto in corsivo “C’era educazione, rispetto, modestia e pudicizia; c’era armonia, fraternità, disponibilità e cooperazione; c’era la pace, pur in tempo di guerra!”
(da ‘C’era una volta in Carfizzi’ di zio Enzo Rizzuto)>>.

questo voleva essere il commento lasciato da mio zio Enzo Rizzuto, al mio post di un paese che scompare.
questa è diventata l’occasione, ora, per aggiungere alle mie parole su quel che poteva esserci del paese, le sue di quel che veramente c’era. e io vorrei cogliere l’occasione per far leggere a tutti il paese che era, le sue case e le sue persone, le sue parole e le sue pietre, i mestieri, povertà e racconti, silenzi e profumi.
perchè questo fan le parole: raccontano, incantano, accendono mondi.


C’era una volta in Carfizzi, di Enzo Rizzuto

C’era una bella chiesa a tre navate, col suo classico campanile, intorno alla quale, in tre direttrici, orbitavano tutte imbiancate a calce, piccole casette prospicienti strette viuzze, tal che a vedersi era spontaneo comparare il tutto ad un lillipuziano paese da fiaba.

C’era, gradito all'orecchio, l’aritmico zoccolio, che all'alba ed al tramonto d’ogni dì, facean le lunghe fila d’asini nel calcar gli sdrucciolevoli acciottolati della “Cona” della “Vascialia” e del “Palacco”.

C’era il mietitore, inguainato in un largo, lungo e bianco camisaccio di tela di lino, dalle dita incannulate, con in testa, a far da cappello, un variopinto fazzoletto con i quattro angoli annodati, che grondante sudore ed allegro ad un tempo, jermitava con l’arcuata falce le turgide e nere spighe di grano duro, pago di questa magra e spesso unica ricompensa per un intero anno di dura fatica.

C’era il calzolaio (non il ciabattino) esperto nel fabbricar artigianalmente scarponi chiodati, ad operar seduto ad un lato del quadrato bischetto, sempre attorniato da un nugolo di apprendisti; chi intento ad incerar spago, chi a raddrizzar chiodini, chi a batter suola, chi ad affilar trincetti e chi, d’estate con un ventaglio intento ad arear il “Mastro” e da lui tener lontano le noiose mosche, badando però a non prendersi nello stomaco le gomitate o i pugni del “Mastro” stesso nell'atto in cui, cucendo, a due mani lo spago tira.

C’era l’incomprensibile vociar degli avvinazzati, proveniente dalla cantina dove, pur essendo “vietato l’incrocco”, hanno egualmente giocato al padrone e sotto, a volte sganasciandosi in risate, a volte provocando qualche rissa, spesso sedata da malcapitati pacieri.

C’era penuria di vino, lusso per pochi, desiderio per molti, per cui, gradita ed attesa occasione d’incontro tra amici e compari, era l’inveterata usanza d’approntare, in ogni famiglia, nel dì dell’uccisione del domestico maiale, un’agape agreste, destinata a finire con la generale sbronza dei conviviali, l’unica in grado d’appagar la loro antica arsura, e da loro tener temporaneamente lontane le tristezze del ieri  e del domani.

C’era penuria di acqua potabile, reperibile in poche sorgenti, site nei boschi che fan da verde corona all'abitato urbano; E malinconico a vedersi C’era al pomeriggio il frettoloso rientro delle massaie provenienti dalle fonti con i barili di legno legati a corda, proprio là dove la schiena cambia nome, che sudate e mute, s’adoperano a raggiunger casa al più presto, per approntare il desinare al marito ed ai figli, lì lì per rientrare dai campi.

C’era, quasi mitica parca la nonnina che con la conocchia  sotto l’ascella, filava il lino che in autunno, avea cardato ed impupato, dopo che il marito o il figlio col rustico mangano, sgusciandolo dall'originario legnoso involucro, trasformato l’avea in tessil fibra.

C’era la donzelletta seduta fuori dall'uscio di casa, d’estate intenta ad intrecciar canestri di paglia; e ad arabescarli d’amaranto e verde scarabeo per intonarli con le coperte di lino e lana che, d’inverno, avea tessuto sul telaio antico, all'antica maniera delle avole a lei tramandata, sperando di perpetuare gelose tradizioni.

C’era , alla vigilia di ogni matrimonio il tradizional ballo dell’addio  al nubilato, organizzato in casa della futura sposa; rara occasione d’incontro per altri platonici amanti, costretti a vedersi sol da lontano, ed a colloquiar con gesti da mimico linguaggio, diverso per ogni coppia perché non appreso su formulari o testi didattici per sordomuti, ma da essi soli inventato a guisa di segreto cifrario.

C’era il bimbo, che correndo scalzo, inseguiva un vecchio, arrugginito e rumoroso cerchio di bicicletta o che si soffermava a giocar con i coetanei alle trottole di legno; ai bottoni; a battimuro od allo squiglio.

C’era il giovinetto che giocava in piazza con gli amici, calciando una palla di stracci o un rattoppato pallone di rugoso cuoio, nuovamente rompendo il già lesionato vetro di una tarlata finestrucola, provocando così l’isterica reazione della massaia, le cui stridule gridate richiamavan all'assemblaggio gli astanti, a curiosar votati come divario alla noiosa inerzia, provocata dal non succedere mai nulla di nuovo.

C’era, al pomeriggio, sul ballatoio antistante l’Ufficio Postale, un raggruppamento di persone intento a ricommentare i soliti avvenimenti ed a spettegolar di tutto, nell’attesa che, senza fretta alcuna il procaccia arrivasse dal bivio , con i sacchi della posta infilati nelle capaci tasche della bisaccia, inarcata sul basto di una placida asinella.

C’era per rompere il solito tran-tran di tanto in tanto, applaudito dall'intera incantata popolazione, l’esibizione in piazza di una zingaresca Compagnia di prosa, che facea immancabilmente gli spettatori traslare dalle lacrime provocate da lagnosi drammoni romantici alle lacrime da risate, dalla comicità delle farse finali suscitate.

C’era la lucerna ad olio col suo sfrigolante stoppino ; il lume a petrolio e la lampada ad acetilene con i loro maleodoranti effluvi.

C’era un mulino dalle mole di pietra azionato a vapore ed un frantoio oleario a torchio.

C’era una sola automobile, due motociclette, tre biciclette.

C’era , prelibato per rusticani palati, il liquore marca Gemma, il Triplesec ed il famosissimo ricercato Doppio Kkuummeell.

C’era educazione, rispetto, modestia e pudicizia.

C’era armonia, fraternità, disponibilità, cooperazione.

C’era la discarica delle immondizie dislocata quasi in piazza; la malaria, la tubercolosi ed anche la fame.

C’era la pace, pur in tempo di guerra !
Per chi ha vissuto quello, ad un tempo aureo e plumbeo periodo, ora c’è solo un po’ di nostalgia; fra non molto ci sarà  l’oblio.



questo è un omaggio a una persona che ha conosciuto profondamente Carfizzi; che l’ha vissuto, visto cambiare, saputo raccontare, ai grandi e ai piccoli, anche oggi, che sembra siano passati secoli dalle sue parole.
una persona che da sempre, per me, è stato ‘il racconto’, di tutte le cose di cui ho ricordo, dalle favole alla storia, dalla matematica alla filosofia, agli indovinelli, alle parole, alla loro magia, ai loro mondi, ai loro perchè.


Carfizzi
P.za Tassone ex P.za Marconi
Carfizzi
P.za Tassone ex P.za Marconi vista dalla Croce

parla di un altro tempo, certamente, e lo fa con un altro tempo. ma la magia è in quell’attimo in cui quel tempo ritorna, la magia è crederci ancora; è, per me, sentirmi sempre la bambina che corre nella corte, si perde nei quadri, li numera, prende nota dei colori e delle cornici, si attacca ai titoli dei libri nello studio, tempera le matite per poi rimetterle nel portapenne sopra la scrivania.
il tempo è in quel temperare, tirare a nuovo lo strumento della scrittura, per eludere i giorni, gli anni e sfuggirne, nel racconto.


foto_f e r d i n a n d o s c i a n n a


foto_f e r d i n a n d o s c i a n n a



le foto di Carfizzi in alto sono tratte dal sito mondoarberesco di Enrico Ferraro