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grana disturbata

"sera, sera dolce e mia!
...
non son più che sguardo,
sguardo sperduto, e vene".

Sibilla Aleramo




troppe informazioni. troppe parole. confusione. 

basterebbe qualche ora un pò più a sud, questo il pensiero quotidiano da almeno una settimana. 

rilke scrive ‘a poco a poco andiamo componendo in noi il luogo della nostra origine, per nascervi dopo, e ogni giorno più definitivamente’. penso quel a poco a poco comprenda uno spazio e un tempo importanti: i vuoti.

il mare e i vuoti sono la culla della vita nuova.
dunque la questione forse non è il sud, la questione è il mare: basterebbe qualche ora davanti al mare, perchè i vuoti, alla sera, nelle trame della sua quiete, sempre riesco a trovarli.





foto_g i a n n i b e r e n g o g a r d i n

digressione_gianni berengo gardin.
quel che amo dei suoi lavori è la grana disturbata, dai contrasti ineludibili.
le sue foto davanti al mare sembrano fatte di sabbia rappresa dall’acqua.

io il mare lo guardo allo stesso modo. la grana delle cose cambia, tra mille increspature. 
cambia anche la mia, si stropiccia, si sfilaccia. tra la terra, il mare e il cielo. le voci del sud che mi chiamano a certe ore del giorno, calde, orizzontali, piene di sabbia e sole, di tramontana e oleandri e la luce del nord che mi lusinga con la sua luce pulita, chiara, i suoi colori brillanti e vividi.

quella linea sottile tra mondi contrastanti sempre ci percorre nel profondo,passando dalla carne ai pensieri passando per la carne.

ogni giorno diventiamo un pó di più quel che siamo realmente.



..sei mai stata sull'Aventino?

Roma, 22 dicembre 2017


la cucina è un luogo, fisico, reale. uno spazio in cui si ricostruisce e si attinge a quel villaggio della memoria che è l'immaginario della nostra identità, e ne è anche il suo bestiario.
raccontata, sentita raccontare, ricostruita, vista e appuntata, fotografata, filmata, reinventata.

non è un post di cucina questo, chiaramente, ma un primo tentativo nell'appuntare e nel voler mettere ordine dopo tanto tempo nelle cose che accadono e che sono accadute in questi mesi. 
nel caos ordinato, calmo e lucido, di una volontà e forza implacabili che semplicemente accadono, di conferme inattaccabili e punti fermi inamovibili che semplicemente sono.

questo è un post che parla di luoghi, tra fughe e approdi momentanei ennesimi, tra epifanie e umanità raccontata di nuovo.
perché smettere di raccontare e raccontarci fa perdere l'abitudine a farlo e a pensarci anche, spesso.
il racconto invece è un esercizio.
sono sempre più convinta che i luoghi in cui viviamo, nel breve e nel lungo termine, tracciano se stessi nei nostri volti e nel modo di guardare alle cose, ma quello che ho imparato ultimamente è che le persone sono esse stesse dei luoghi e che non sempre questi coincidono con i posti di origine. ma questo rimanda a un immaginario personale che vede e sente per differenti esperienze e sensibilità.
un'idea forte e irresistibile a cui ultimamente non riesco a non pensare ogni volta che sono con qualcuno o che penso a qualcuno.
persone come luoghi di passaggio, persone come alberghi o come piazze. persone che sono città intere e che sono vicoli. 
vuoti e invasi, vallate. persone come il mare. persone alle quali ritorniamo come si ritorna nei posti dove siamo stati felici.
che nella loro lettura attenta questi poche volte mentono, nella loro umanità, in quel momento che arriva dopo la vera magia che è nell'incontro, e in chi si muove per far accadere le cose. 
e poi la poesia nello scoprirne i motivi e tradirne la natura, fragile e luminosa, ma quasi sempre definitiva. 
nel caso delle persone tuttavia i percorsi sono nuovi istante per istante. non vi sono mappe, né direzioni prestabilite. solo scorci, come assaggi. prospettive veloci. e come i luoghi possono regalare epifanie. ce ne possiamo innamorare alla follia, perché all'improvviso ci sentiamo compresi, salvi.

e a proposito di salvezze personali momentanee qualcuno un giorno ti chiede "..sei mai stata sull'Aventino?".





non aprirò la parentesi Roma perché non riuscirei a sbrogliarla tutta, soprattutto in questo momento, in cui da Cambridge metto ordine negli appunti presi di fretta sul tavolo di un ristorante a Testaccio mentre la crostata di visciole mi guardava gioconda.
non aprirò la parentesi sulla fermata Roma, perché essa sempre ritorna come un sogno, un'istantanea felice di un luogo in cui sempre avrei potuto vivere e che si fa strada tra milioni di altri futuri possibili per naturale maestosità.
un posto in cui davvero "il tempo è un signore distratto, un bambino che dorme", in cui la bellezza esiste, accade e riaccade a ogni scorcio e che mi ricorda con forza di non dimenticarmene, di non essere distratta, di sforzarmi a cercarla e inseguirla, citarla, narrarla. di ritornarvi.


fontana di piazza della Rotonda, Roma

..è in questo senso che si possono incontrare persone che sono Roma, che allo stesso modo riescono a disegnare le giornate e le impressioni passando per il sacro e per la terra, portandoti a passeggio per cortili, giardini, improvvisi silenzi e clamori. con un'umanità dolce e irresistibile, delicata, che si impone con passo lento, che aspetta sulla soglia. 
non so se ci siano chiavi per entrarvi, ma ci sono dei punti di vista privilegiati da cui più che coglierne la bellezza è questa che ci coglie, come una sferzata di vento all'improvviso. e all'improvviso si è invincibili e illuminati da una beatitudine particolare. 
senza stagioni, senza conflitto, senza paure, come i pini di Roma, maestosi e immobili.




il termine 'beato' deriva dal latino e vuol dire pienamente contento. dal termine beato deriva poi beatitudine che rimanda allo stato di piena, perfetta e costante felicità.

la beatitudine è in questo caso un altro luogo, in cui la felicità e la contentezza accadono naturalmente.

non ci avevo mai pensato prima alla bellezza di questa parola e alla sensazione  di pace che ne deriva.





Lisbona, l'ora di andarsene




 al sole,
i gabbiani assillanti.

l’ora di andarsene

Lisbona, 14 ottobre 2015





Lisbona, Praça do Comércio









assolo d'autore

la prima volta che ho sentito la chitarra di David Gilmour avevo 6 anni, "che ho sentito" nel senso "che ne ho ricordo".

é fatto certo infatti che ascolto Gilmour da quando ero nella pancia di mia madre, cosa che mi ha sempre fatto sentire fortunata, venire al mondo già coccolata per mesi dalla musica giusta.
ma questa é un'altra storia.


a sei anni la coscienza di ciò che si sta vivendo é ancora avvolta in un'aria diafana che tuttavia fa cogliere le cose con il cuore pulito, aperto e soprattutto libero.
e di questo se ne ha piena comprensione più tardi.

stasera a 32 anni ho visto cantare David Gilmour dal vivo, al Royal Albert Hall, una location d'eccezione che forse é stata quella più giusta, o almeno ora l'ho trovata molto giusta.

niente é stato differente da ciò che mi aspettavo, anche queste sono cose catalogabili come fortune.
é sempre quell'uomo e la sua chitarra, una distinta solitudine che poi é nell'assolo per cui si é fatto amare, per cui é rimasto sempre lo stesso.

e le fortune sono a volte trovare cose che mai sono cambiate, anche se il tempo é passato, anche se l'atmosfera grave dei concerti dei Pink Floyd che ricordo non c'é più. 
e mi é mancata, mi é mancato quel qualcosa per cui si sente a volte nostalgia.
non ci sono stati i bassi pesanti che arrivano nello stomaco, ma stasera ciò che vibrava era dalla vita in giù.
non poteva esserci Pulse, non poteva esserci il dolce controcanto di Wright.
ma c'é stato un suono più pulito e chiaro e una voce limpida che si staglia nelle orecchie con l'amore infinito di un ricordo che ci ha reso felice.


Pink Floyd, High Hopes


uno dei più grandi regali che io mi sia fatta é quello di stasera, é nell'essermi regalata anni di ricordi felici. la prima estate in cui ho visto il live a Venezia del 1989 e il ricordo preciso dell'istante in cui mi sono detta: io sempre ascoltero' suonare questi tizi, dopo the Great gig in the sky.
di quei tizi stasera ce n'era solo uno, ma resta la chitarra come una lama sottile di piacere e una voce che ascolto come si ascolta una certezza profonda.

stasera c'é stata la distanza giusta da cui vivere quell'assolo lasciandosene travolgere con il peso che si sceglie.
una particolare sensazione di liberta'.
e per questo Comfortably Numb é stata una chiusura perfetta.

fuori dalla ressa, almeno quella della carne.

non c'é voglia della ressa della carne se ci sono certe chitarre a suonare.

siamo invecchiati entrambi, insieme, anche queste son fortune.

e non vorrei neanche addormentarmi stasera, ma é particolarmente bello farlo, stasera.








ritrovare,
la mente, 
per caso
le cose

respirare un silenzio

e alla sera
ricordarsi della vita che è stata
all'ombra dell'oleandro che manca

S a m T o f t_Letting go again

polaroid in giardino

bruscamente la sera si è schiarita
perché già cade la pioggia minuziosa.

cade o è caduta. la pioggia è una cosa

che senza dubbio succede nel passato.

chi la sente cadere ha recuperato
il tempo in cui la sorte fortunata

gli rivelò un fiore chiamato rosa

e lo strano colore del rosso.

jorge louis borges



di che colore sono i fiori di ciliegio..sono rosa, o sono essi
bianchi?
mi piacerebbe un giorno vestirmi di fiori di ciliegio, e così come 
loro sembrare di non appartenere a nessun tempo

vestirmi di rosa, non come donna, ma come fiore
avere, in ogni sfumatura, il segreto taciuto di un mondo lontano, la
tristezza lontana di un viso che guarda verso il cielo, al mondo di
cui ogni petalo trattiene un ricordo, quello cui torna alla sera.
durare una stagione o il tempo del desiderio di una cosa che non 
durerà abbastanza per finirci, finire prima, per essere poi attesi
tutto l’anno, come un regalo.

un viso che torna, un odore dimenticato che ci accarezza 
all'improvviso e fugge via lontano.

katsushika hokusai_mount fuji seen throught cherry blossom

rosa come le prime volte, vivi come pelle fresca

la prima volta come la prima fioritura, che attende maggio così che
anche il cielo si tinge di rosa e più non si riesce a scorgere
nel viso un pudore 

rosa come le gote di un’emozione, 
come la carne che sboccia nel desiderio, 
che fa rumore in un profumo, che si trattiene in un respiro.
rosa come labbra verso il cielo.

maggio vicino e un cuore che esplode nella pelle al vento.



i ciliegi sono in realtà un pretesto per  ricordarmi dei giardini 
di casa, perché i ciliegi sono per me, come la pioggia di Borges, 
qualcosa che accade al passato.
all'improvviso io sono ancora seduta tra le rose in giardino, 
abbraccio mio fratello e il sole ci socchiude gli occhi, mia mamma
ride divertita e eccitata dalla polaroid

io ho un grande fiocco in testa e una camicia colorata.

fiori rosa


I cattivi pensieri notturni diventano fiori
Cesare Pavese



c'è un bell'albero vicino all’entrata laterale della chiesa
lo posso vedere dalla vetrata, qui all’ingresso del locale. 
ha fiori rosa, più rosa dei fiori di pesco e i suoi rami 
guardano a terra, non in cielo. 
son così bassi che a passarci sotto ti accarezzano il capo.

come un giardino.

a guardarlo da terra sembra un cielo, 
con stelle di agosto, 
quando la volta arrossisce, alla sera, come il pudore della
giovinezza.


Great St Mary's, Cambridge

tra l'albero, la porta, il volto della donna nella pietra che tiene 
in braccio un bambino, qualcosa si è fermato.

la bellezza nel silenzio, l'attesa, l'abbraccio. 
oggi, una primavera.

autoritratto con abbraccio

il nostro corpo è anche la misura delle parole
alda merini


le mie stanno
appese alle labbra
come sul ciglio di un trampolino 
sul mare

Self-Portrait with Laurence
A r n o R a f a e l M i n k k i n e n


guardano l’acqua
sentono il vento

attendono
sul tempo del vento
sul ciglio di uno slancio

indugiano sull’umanità
trattenendola in un silenzio di madre.

la mia eternità odora di sale e di ali spalancate

mi abbraccio



_come si sta appesi al vento?, mi chiede la roccia

_non lo so, rispondo, 
io sto appesa a un’onda, ma con la tua stessa forza


  
appesi a un silenzio di un momento,
di un indugio facciamo la nostra eternità, come quella che si porta dietro un segreto o il senso di una fine.


colonna sonora della finestra di camera esposta a est a questa altitudine, con il sole, questa mattina di natale

colonna sonora della finestra di camera esposta a est 
a questa altitudine, con il sole, questa mattina di natale: 
come sopra.


morning sun_e d w a r d h o p p e r

























  e infine, se si dovesse fare tardi e non ci fosse più il sole ma avanza   ancora un pò di vino, lui è quello giusto