h o r a









 
              















non so se torneremo in un secondo ciclo
come le cifre d'una frazione periodica;
ma so che un misterioso rotare pitagorico
ogni notte mi lascia in un luogo del mondo

che è di periferia. un angolo remoto
che può trovarsi a nord, oppure a sud o a ovest,
ma ha sempre un muricciolo di un pallido celeste,
un folto fico scuro e un marciapiede rotto.

j o r g e l o u i s b o r g e s

la settima volta

la giornata è così bella che non ho neanche voglia di sognare. 


l'assaporo con una sincerità dei sensi alla quale l'intelligenza si abbandona. passeggio come un commesso liberato. 

mi sento vecchio solo per avere il piacere di sentirmi ringiovanire.
b e r n a r d o s o a r e s


non mi libererò mai di pessoa, come non mi libererò mai del profumo di settembre, mese fecondo.
si trascina dolce la nostalgia di ciò che d’estate il corpo in pausa ha vissuto e si lava nel mare dell'ultimo sole di agosto, già fresco, già pieno dell’argentea rugiada mattutina. 

settembre, piedi ghiacciati e coperta sul divano; quiete, musica, lucidità estrema.

stamani, per la prima volta, dopo un anno e mezzo di blogger, ho aggiunto altre etichette ai miei miei post, cercando di inquadrare le parole, le sensazioni, i sensi a cui più ho spinto, su cui più ho lavorato, consciamente e non. 
modalità disponi a nuvola e BOOM!
il quadro chiaro, una gerarchizzazione onesta:

solitudini_oceanomare_l’urlo_desiderio_animesalve_tempo_silenzi_umano

io vorrei oggi fermarmi e concentrarmi su queste parole.
non un’analisi lucida, ma la poesia che nel caso nasce avvicinando l’una all’altra.
il microcosmo di ciascuna che intrattiene le altre per stato, per affinità, per elezione; che avvicina ciascuna, nel caso.

solitudini_'immaginifiche', feconde, solide, edificanti. isola fortunata di assoli e viaggi serali. accarezzate da anni, curate, come si cura una parte di sè.

oceanoMare_come il libro di Baricco, certo, come non potrebbe.
il mare è per me specchio, casa, orizzonte, grembo, madre di tutte le cose, la 'fonte battesimale' di cui parla Magris. ciascuna onda un'allungamento della mia volontà, del mio abisso.

l’urlo_ un’immagine che risponde allo sfogo viscerale di bagagli d’informazioni, l'energia, la bocca spalancata sul mondo.

urlare:'dal latino ululare, il gridare proprio dei lupi e simili animali.
per similitudine, gridare ad alta voce per tormento, rabbia o dolore'
_(fonte: etimo)

un urlo, anzi, l'urlo, sconfinato, cavo, senza pareti o cieli, ma un solo centro e poi la liberazione.

desiderio_non solo la forza che spinge verso altri, ma prima la forza che nasce dal profondo, primitiva, primordiale, embrionale; legata all’odore, legata alla carne, parte dal sesso; finisce ovunque, a pioggia. voce silente della vita che spinge a continuare, a immaginare, a camminare, a respirare.

animesalve_è anche la canzone di de andrè, certamente. animesalve è lo stato della coscienza della salvezza per quel che siamo, della gratitudine verso il percorso che abbiamo fatto, della riappacificazione con noi, intima, dolce; arriva un attimo prima del perdono, dopo la guerra; un cane che si lecca le ferite, in solitudine.

tempo_è la stessa altraora, dalla pelle alla luce che entra dalla finestra, dalle stelle che ci incantano alla memoria che ci raccontano; il suo racconto è la tensione di questa stessa scrittura.



silenzi_il valore aggiunto al tempo: la lentezza, la quiete, il legame tra il mondo dentro e il mondo fuori.

..dico e penso questo, nella mia gola, e le mie parole mi sembrano persone..sento di tenere in mano, non so come, la chiave di una porta sconosciuta. E io tutta sono un amuleto o un tabernacolo cosciente di se stesso..

da 'il marinaio'_fernando pessoa

questa mi pare d'essere in questo istante, la fata che guarda il mare da una grande finestra scavata nella calce bianca, il tempo d'affacciarmi e sono già in acqua.

gustav klimt_fischblut_1898


'la rosa nel bicchiere'

i luoghi sono da sempre quelli che più s’insinuano nel mio cuore, con i colori, con i profumi, con la luce, con i volti che ad essi sinceramente somigliano; con le visioni che creano l'immaginario che ci portiamo dietro per storia, per tradizione, per scelte fatte nel corso del tempo.

questo post è per la sensazione di quando i luoghi propri, quelli per cui le nostre parole sono sempre troppe o troppo poche, all’improvviso compaiono tra le parole di un qualcun altro, uno sconosciuto come altri. 
questo post è per quell’istante, pieno di rapimento profondo e di avvenuta coscienza di una comprensione reciproca verso la vita; verso i modi in cui la vestiamo, la addobbiamo, la sventriamo, la sbraniamo, nelle notti e nei giorni.

questo è stato il concerto di Vinicio Capossela a Monte Curcio, il giorno dell’equinozio d’autunno, nell’ora del demone meridiano che non vede ombre proiettate sulla terra dai giganti della Sila, che ora son lì a fare da verde cavea al canto, al racconto.

della vita, della morte
del mare e dei porti, delle vie che vanno perdendosi e dei sentieri che vanno biforcandosi
del cammino dei migranti, delle soste degli stanchi
delle mosche attorno all’afa, del vino nel bicchiere
dell’amore urlato e del desiderio taciuto
del corpo che canta, della mano che prega
del succo della vita profumata di frutta di stagione
dei luoghi, ognuno diverso
dei volti, ognuno un universo

la vita nelle parole di un uomo quasi ‘circolare’, quasi intrecciato con la linea che si unisce a se stessa e gira attorno al mondo intero, passando sempre per il ventre dell’uomo.

(per curiosare e stupirsi_ VinicioCapossela)

Vinicio ‘mistico e sensuale’.
Vinicio, suoni e parole di velluto caldo, come un’accortezza, come un’attenzione. 
Vinicio che innamora tutti, per quel sentimento panico, di profonda comunione, di infinita gratitudine verso ogni cosa.

La poesia che segue, del poeta calabrese Franco Costabile, è stata letta durante il concerto.


la rosa nel bicchiere

un pastore
un organetto
il tuo cammino.
Calabria,
polvere e more.

uova
di mattinata
il tuo canestro.
Calabria,
galline
sotto il letto.

scialli neri
il tuo mattino
di emigranti.
Calabria,
pane e cipolla.

lettere
dell’America
il tuo postino.
Calabria,
dollari nel bustino.

luce
d’accetta
l’alba
dei tuoi boschi.
Calabria,
abbazia di abeti.

una rissa
la tua fiera.
Calabria
d’uva rossa
e di coltelli.

vendetta
il tuo onore.
Calabria
in penombra,
canne di fucili.

vino
e quaglie,
la festa
ai tuoi padroni.
Calabria,
allegria di borboni.


carrette
alla marina
la tua estate.
Calabria,
capre sulla spiaggia.

alluvioni
carabinieri,
i tuoi autunni.
Calabria,
bastione di pazienza.

un lamento
di lupi,
i tuoi inverni.
Calabria,
famigliola
al braciere.

Francesco di Paola
il tuo sole.
Calabria,
casa sempre aperta.

un arancio
il tuo cuore,
succo d’aurora.
Calabria,
rosa nel bicchiere.




c’è un luogo al di là di noi stessi, dove vivono solo i desideri che abbiamo avuto,i sogni che abbiamo disegnato, le voci che di notte ci rubano i pensieri e sognano visioni, un luogo dove noi siamo un pò di più; dove ogni singola parte del corpo appartiene non solo a noi stessi; dove noi siamo primordiali, nel senso di un recupero del contatto iniziale e primitivo con le cose, nel senso di un qualche principio, di un qualche occhio nuovo.


c a r f i z z i_via palacco
foto_u r s u l a b a s t a



Vinicio canta, per me, sempre quel luogo e quel luogo sempre assomiglia, in qualche dettaglio, a casa.

elemento naturale: acqua

appuntarsi i profumi e gli occhi nel viaggio costruisce un vademecum del desiderio: noi trasformiamo le cose che vediamo con gli occhi e che sentiamo attraverso i sensi tutti, passando attraverso il simbolo di ciò che conosciamo, che abbiamo imparato.

mare:
lisca di pesce, sassi, pietre, sale.

mare come estasi_il fuori dallo stare, dalla stasi delle cose.

il mare è per pochi, il mare dentro, che non è mai come il mare fuori.
non concede distrazioni da sè, o pause; non concede esitazioni o momenti di paura.
al mare ci si va per starci dentro, in acqua, e guardare il cielo, che da nessun posto appare così, curvo. La volta che pare appoggiarsi sul nulla, al di là delle nuvole sopra i nostri occhi.
nuvole che camminano, forme che cambiano. tempo. memoria.

non c’è paura nel cielo, nè nel vento, nè nel rumore. 
e io presente, viva.



Neruda scriveva ‘qui vengono a finire i venti, tutti/ la pioggia si denuda’, ‘tutto in te fu  naufragio’.

nella sua poesia la donna è come il mare. sposa dell’insondabile e dell’incostanza, della sorpresa. trasformazione, vita.


il grembo come il cielo che contiene il mare; estatica, infinita.


feminine wave_katsushika hokusai

parlatemi delle fate

qualcosa a metà tra il sogno e il ricordo, 
tra quello che è stato e un desiderio

il silenzio di un bacio gentile
lo sguardo di una bellezza nel mondo

arriva nella mente e tra le parole con un'immagine e un profumo, distanti nel tempo



c’era una donna che dipingeva di rosso il cielo 
e le gote di un passante
c’era una donna che usciva dalla spuma del mare ebbra di sale,
una coperta sul capo e un velo sugli occhi verso la luce del giorno che nasce
c’era una donna gigante che accarezzava il mondo con mani di neve

una donna regina aveva petali di rose sul cuore e soffiava nel vento i colori di una bambina
così che a un sussulto nascesse una nuova primavera
  
il volto tra le foglie
e le labbra rosse sulla neve
un aquilone, le farfalle e le stagioni dolci al pensiero

il mare infinito e tre fate a cui raccontarsi alla sera
qualche candela e una finestra da cui aspettare il sole
una chioma folta come l’inverno che si osserva dalle barche sul lago

il sogno, il desiderio, l’immaginazione
quel che rimane a ciascuno
il fuoco negli occhi e un ombrello sull’anima

l’immobilità
tutto quel che sfuma nell’istante successivo a un ricordo
il tempo che si ferma tra due labbra socchiuse e
la distanza assoluta di ciò che è stato
un nuovo finale per il passato 

Io ho vissuto tra le rocce spiando il mare. L’orlo della mia veste era salato e fresco quando batteva sulle mie gambe. Ero piccola e selvatica.
..oggi ho paura di essere stata..il presente mi da la sensazione di dormire..


Parlatemi delle fate. Nessuno me ne ha mai parlato, il mare era troppo grande per lasciarmi pensare alle ate. Nella vita dà calore essere piccola cosa_il marinaio_fernando pessoa

se un giorno è caduto è caduto per caso

queste son parole che hanno aspettato tanto per essere qui oggi che è più o meno un giorno come gli altri se un giorno è caduto, lui è caduto per caso.
ma il dolore e le paure hanno anch'essi bisogno di cure e di una casa, come le favole e il riposo.
i volti hanno anch'essi il desiderio di essere accarezzati dolcemente nel ricordo di chi resta, nella veglia di chi, a modo suo, prega 
perché per chi se n'è andato e non tornerà,
qualcuno c'è che sarà sempre dalla stessa parte,
con le mani piene o con niente che alla fine conti più di tanto.
qualcuno ci sarà per cui il tempo non sarà mai passato,
per cui le parole basta ricordarle per tenerne stretto il ricordo.
le strade si dividono 
ma qualcuno ci sarà a portarsi dietro il pezzo mancante, e a rimetterlo nel posto giusto quando verrà il momento



27 agosto 2007

Dalla mia veranda riesco a vedere tutto il paese al di là del bosco.
Tante case aggrovigliate in un tetris silenzioso, e dondolantesi sulle voci portate dal vento. Riecheggiano per tutte le vie, insieme alle grida di quei bambini che dentro di noi ancora giocano, alle volte.
Tante le finestre che da qui riesco a scorgere, chiuse, contro l’ultimo sole di questa estate che silenziosa ci osserva a testa bassa, sconfitta dal lutto di sempre. E forse, dietro ad ognuna di quelle finestre, vi è l’intimità del dolore di ciascuno di noi.

Il mondo s’è fermato in un giorno.
Tutto è un’immagine vivida, tagliente, un susseguirsi di immagini, dorate come l’estate, che scompaiono e si dissolvono in un istante, in un battito confuso. 
Nascono e muoiono ripetutamente, si autodistruggono, doloranti e sanguinanti.

E ora cosa rimane.
Solo la sensazione ancora viva sulla mia pelle del caldo insopportabile di quelle giornate, delle cose e del farsi delle cose di quei giorni.
L’afa estiva e le zanzare
Motta, 
il brusio incessante degli insetti nelle stalle
l’odore intenso di umidità antica e fredda nella stanza con la volta intonacata e il brivido che ancora oggi l’accompagna
il forte odore di polvere, accecante, dentro i raggi del sole che entrano dentro le stalle.
Nella mia mente gli ulivi, le campagne coperte di grano bruciato dal sole.
Il caldo, ancora e ancora.
Il rumore dello svolazzare dei piccioni nella corte, in una prospettiva dinamica e rituale.
Il crepitio delle foglie secche e, ovunque, il canto delle cicale, ovunque, muro di suono incessante e persistente. Culla i miei pensieri e scandisce il ritmo delle mie giornate meridionali.
Tranne per una volta, un attimo, in cui anche le cicale hanno smesso di cantare, lasciando che il vuoto pervada ogni cosa, corrodendola dall'interno, ammalandola col nulla, con la paura nella mente, la pazzia e la rabbia. Un dolore silenzioso e solitario che trascina in un abisso nero come la notte più cupa, senza speranza, senza niente. 
Un dolore muto, le grida cave.
I sogni come nuvole di un istante.

Ogni ricordo sembra non possa più parlare, e s’infrange nella miriade di pensieri che confondono la volontà di tenere legate alla coscienza le cose che ho visto e sentito, le cose che ho imparato.

Certi giorni non sembrano neanche più ricordi.
Nella notte, qualche immagine frettolosa e cristallizzata sembra appartenere al futuro, un futuro surreale e roseo, inesistente in realtà.

Preludio e promessa.



soglia pioggia

..a quest’ora c’è chi osserva dalla sua postazione in ombra

una qualche tristezza di pioggia
il rifiuto
l’urlo
l’amarezza
il verde brillante degli arabeschi di muschio sul muro della mia corte e dentro la mia schiena

le parole taciute
il tempo dei loro racconti, della loro solitudine, della loro malinconia infinita
il loro modo insistente
le loro notti nella veglia ai castelli all'ombra dell'immaginazione
quelle che volano via, senza memoria di quel che sono state
e quelle che si calcificano da qualche parte sulle ossa, nella pelle, moltiplicandosi come una città




oggi stanno
piene di pioggia, stordite,  
sulla soglia  

perché tenevo non soltanto a soffrire, ma a rispettare l’originalità della mia sofferenza così come io l’avevo subita all’improvviso, senza volerlo, e volevo continuare a subirla, obbedendo alle sue leggi, ogni volta che fosse tornata quella strana contraddizione della sopravvivenza e del nulla intrecciati dentro di me_marcel proust