s p u m a b i a n c a


la sedia a dondolo mi culla da un paio d'ore
‎ticchettio disordinato, gocce cristallizzate
tè al bergamotto.
musicale e appannato, il respiro..ed è subito sera, stasera.
un sogno annullare tutti gli impegni fino a domani, pensare a un tempo sublimato dal piacere silenzioso della compagnia di sè.
le pareti della mia camera sembrano dilatarsi e un cielo sconfinato pieno di pioggia lieve si riversa sul pavimento, e posso sentirlo il profumo del sottobosco, posso vedere gli occhi delle fate che so vegliare ataviche sulla mia storia.
l'acqua si porta via il giorno, lava via il trucco, scivola riscaldandosi con rivoli lenti verso il basso, scolpisce col riflesso lunare il sonno che giunge fin dentro la scorza.
sonno oscillante con le punte dei piedi sospese sul bagnasciuga..aspettando l’onda giusta.
la rincorre, la vede, aspetta quella più alta...un po’più in là, perso nel gioco della linea di spuma bianca che anela a ritornare nel grembo.


foto_u r s u l a b a s t a



m'immergo dolcemente, già naufraga.

seta


non c’è più niente.
a questo penso spesso gli ultimi giorni.

solo una serenità semplice, un semplice disincanto. 
nuovo.

il tempo passato non riesco a percepirlo. il tempo cercato, il tempo rincorso, il tempo trovato, il tempo creato, il tempo reinventato. Non riesco a pensare quanto tutto sia lontano, quanto io sia lontana da tutto quello che sono stata, dalle cose che ho visto, che ho sentito. 
lontana dai profumi, dai pensieri raggomitolati sul tempo rubato, rubato al solito.


strana la sensazione di farsi bastare, la sensazione di lasciarsi andare alle cose, nelle cose, a una diversa deriva, senza parlare, senza aspettare, senza rincorrere un qualcosa, un qualcuno. 
strana la leggerezza all'abbandono del superfluo, di tutto ciò che non serve più sentire, più sapere, più dire.


ma questa essenzialità, questa energia che viaggia in quest’aria che rinasce lentamente, mi fa sorridere.
piove ancora ma dopo tanto tempo ieri sera l'ho sentito, il desiderio.
il brivido che lega i capelli alle caviglie passando per la schiena come una lama sottile che d'improvviso non è più sopra la pelle ma dentro la carne
la danza che non è fuori ma tra le trame delle fibre muscolari, come unguento caldo che chiama a sè, dentro e fuori dal centro.
la presenza, primitiva, che si muove e mi indossa come seta.


foto_a r n o r a f a e l m i n k k i n e n



Jimmy Page & Robert Plant with The Pharaoh's Egyptian Ensemble and Osaka Symphony Orchestra_k a s h m i r


ieri sera ero seta. ero sabbia rossa, vento tra le dune, onda che si frantuma, risacca. ero la tramontana tra le fronde. ero il profumo dell'eucalipto vicino al mare.

pausa. 

io, ora.

soave senza forma

stanca, scrivo con altre parole questa sera, parole di altre persone, sempre per quel processo serale di distacco profondo dalle cose.
Pessoa m'esplode sempre nell'anima e scava solchi nella percezione e nel disegno degli scenari che percorro durante le mie giornate. oggi ognuno di questi scenari è una tempera sotto l'acqua.
fuori piove ancora, ma mi manca il ticchettio forte sul vetro della mia finestra, mi manca l'assolo piovoso al risveglio la mattina.


una danza di pochi colori suona nell'anima, pianoforte a righe, e pensieri che vorrebbero in realtà sciogliersi sulle strade vuote per arrivare più in là, sotto la luce dei lampioni e saltando al passo di un tango nostalgico di pozzanghera in pozzanghera.
il riflesso sulle strade bagnate duplica tutte le cose, mondo a testa in giù dove ugualmente la fine non ha forma.
mi lascio poche parole da gustare alla sera, quando il silenzio è presenza.


allora, nella spiaggia il cui unico rumore erano le onde o il vento che passava alto come un grande aeroplano inesistente, mi abbandonavo a un nuovo tipo di sogni: cose informi e soavi, meraviglie dell'impressione profonda, senza immagini, senza emozioni, pulite come il cielo e le acque, che vibravano come i flutti di un mare che si erge dal fondo di una grande verità; tremulamente, di un obliquo azzurro in lontananza che nell'avvicinarsi diventa verde con trasparenze di altri toni verde-sporchi, e dopo aver infranto stridendo le mille braccia sfatte e averle allungate in sabbia bruna e spuma sbavata, congregando in sè tutte le risacche, i ritorni alla libertà dell'origine, la divina nostalgia, le memorie, come questa che senza forma non mi duoleva: nostalgia di uno stato anteriore, felice perchè buono o per qualcos'altro, un corpo di nostalgia con anima di spuma, il riposo, la morte, il tutto o il niente che come un grande mare circonda l'isola di naufraghi che è la vita.
E io dormivo senza sonno, ormai lontano da ciò che sentendo vedevo, crepuscolo di me stesso, rumore di acqua fra gli alberi, quiete dei grandi fiumi, freschezza delle sere tristi, lento palpitare del petto bianco del sonno infantile della contemplazione_b e r n a r d o s o a r e s

l o n t a n a

stamani è solo un'onda, solo un fendere l'aria e l'acqua
stamani è un suono dolce, che in un attimo è accaduto e l'attimo dopo è inseguito col naso in avanti, cercato, ma con una lentezza piena di sole e distrattamente

stamani è fragile e inquieto
un cuore pieno di cose senza un nome che dondolano dalla mia gola con uno strano dolore  

stamani non ho ancora aperto gli occhi perchè vorrei guardare il mondo dall'alto senza toccarlo e senza sentirlo
vorrei mi accarezzasse con una brezza inodore e con colori che ridisegnano il paesaggio, perchè io non possa riconoscerlo


..errare senz'anima nè pensiero, 
sensazione priva di sè stessa, 
per una strada che contorna montagne, 
per valli nascoste tra scarpate scoscese, 
lontano, affondato e fatale.
..Perdersi fra paesaggi come quadri. 
Non essere fatto di lontananza e colori..

b e r n a r d o s o a r e s

stamani vorrei rinascere e non ricordarmi neanche il mio nome, vorrei uno stupore infantile e semplice, vorrei tornare in una casa che non è la mia, ma appoggiata quasi in un angolo della terra da dove si possa vedere il mare, per non poter più parlare

Lucio Dalla_l e r o n d i n i

abissi


nasciamo con un grande vuoto, dentro, nel profondo. immenso e primordiale. 
certi giorni sopisce, in un riposo leggero e superficiale.
altri possiamo persino toccarlo con mano, sentirne il respiro, come se si trattasse di qualcosa che con noi vive, pensa, lavora, un’enorme turbina a vapore che fischia e batte in tutte le direzioni. Un'enorme cisterna paleolitica da riempire di informazioni. 
ascoltiamo un po’ di buona musica e lo sentiamo vibrare. milioni di vibrazioni ne sondano i volumi e le infinite onde d’urto ci informano in maniera continua delle caratteristiche interne.
facciamo l’amore e nel frattempo ne scrutiamo gli abissi e la loro indicibilità.

ogni giorno, senza tempo, ma con la sola e semplice consapevolezza che vi saranno i momenti, giusti, attimi in cui l’eco sarà pressante e insisterà sul bilancio.

abissi: sono loro che ci intrappolano, spesso. La consapevolezza della loro esistenza, della loro propria, immensa e irresistibile gravità, che ci trascina verso l’interno, dove non vi può essere null’altro se non noi.
noi in quello che vediamo, noi in come vediamo, noi in come sentiamo, noi in tutto ciò che ascoltiamo e percepiamo.
sfuggire all'algoritmo delle nostre pulsioni e della nostra semplice biologia. Sfuggire alla regola per risolvere il  labirinto e tutto ciò che di autoimmune si cela nei nostri cuori, nella nostra carne.




la quiete dolce che giunge alla sera, quando i sensi tutti si votano a un abbandono differente e la luce che sta per spegnersi accende le stanze cui non interessano le nostre ragioni.

..e il cuore quando si fa sera muore d'amore..


poi, il ritorno


..e poi il ritorno. 
il ritorno di sempre nella partenza di sempre. in uno spazio temporale confuso, dove convivono mille volti, la rabbia del non-luogo, la ricerca spasmodica di quelle radici che intimamente cerco di proteggere, nel silenzio e nella luce, la mia luce, quella che conosco.
mi sembra di non essere mai scesa da quel treno, di aver passato il mio tempo nell’attesa infinita dell’istante in cui poi scenderò. 
e mi sembra di non essere mai partita, di non essere mai cresciuta in realtà, di aver passato anni a guardare il mare da quel finestrino sempre con la stessa espressione e una trascendenza nuova, quasi immersa in un rinvigorito senso panico. in quel preciso istante accade che tutto sembra improvvisamente chiaro e mi chiedo quasi come mai non avessi capito prima, le cose. 

foto_u r s u l a b a s t a

cammino in stanze vuote in realtà. 
e continuo a camminarci, cercando ancora le cose che cercavo da piccola. 
nel ritorno la consapevolezza, la piena coscienza dei fatti e delle cose che in questi vent’anni sono effettivamente accadute sembra dilatarsi, sorpassare i limiti del reale e arrestarsi d’improvviso davanti al mio dolore che non mi permette di registrare i vuoti. 

fermata Roma


a metà strada, Roma.
forse da sempre.
fissa una pausa nel percorso, il percorso infinito tra i ritorni.

queste su Roma sono le righe più sospese, più difficili. Mi fa anche fatica rifletterci sopra. 
restano lì, come un macigno affascinante e irresistibile, sono lì da quando ci andai per la prima volta a sei anni. 
titaniche, in ordine gigante, come le sue strade, i suoi palazzi e le impressioni, immerse in milioni di immagini, offuscate dall’ansia del domani, dai ripensamenti ennesimi, dalle paure, sospese sulla brezza della vista dall’alto del Colosseo.
parlare di questa città vuol dire togliere il velo a un intero mondo che cresce da allora, protetto a tutti i costi. un mondo silenzioso, pieno e dolcemente complicato, impossibile da sbrogliare..se non vivendolo e lasciarsene vivere, lentamente, lasciando che il tempo ne riveli le sfumature. 
lasciando che mi tradisca, con dolcezza.



..it looks so pretty to me just like it always did 

like the spanish city to me when we were kids..